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giovedì 19 dicembre 2013

Discorsi sterili.

Mi affacciai allo studio e vidi mamma e papà alla scrivania, entrambi con un portatile davanti a sè.
Ciao dissi. Mamma si girò dalla sua postazione, ciao tesoro, papà invece emise un grugnito e mosse appena la testa, con quello che avrebbe dovuto essere un cenno di saluto. Non so se si parlassero allora, mentre erano così intenti in quei traffici informatici. Forse mamma ogni tanto gli chiedeva come mandare una mail a più destinatari o come salvare una foto da internet: era ancora una principiante, come era solito dire papà ai suoi colleghi, con un misto di orgoglio per la sua creatura e di disprezzo per le scarse capacità della moglie. Ogni tanto, dopo qualche bicchiere di vino, le dava un buffetto paternale sulla guancia.
- C'è qualcosa da mangiare?- chiesi.
- Sì, tesoro, c'è la pasta da scaldare. Aspetta che ti aiuto-
Mamma si alzò, andò in cucina, scoperchiò il piatto che era sul tavolo, lo mise nel microonde, poi sbuffò: << Che fatica, sono stanchissima... Tu come stai piccola mia?>>. Le risposi niente male, non fosse che avevo bevuto un po' troppo ed ero caduta dalla bici: non le raccontai (nè lei me le chiese) le circostanze dell'incidente, altrimenti temo che sarei stata costretta a mentire. << Dovresti stare più attenta tesoro, e forse non bere più... Non vorrai mica diventare come tuo padre!>>. Dall'altra stanza arrivò la voce di papà che mi dava le indicazioni su dove si trovava il disinfettante. << Hai capito dove tesoro? Ce la fai da sola?>>. Poi tornò nello studio senza una parola.
Le tagliatelle ai funghi erano deliziose, come sempre; erano il piatto preferito di papà e mamma le cucinava spesso. Da quand'è che erano diventati così? mi chiedevo stancamente, un occhio a Floris, uno al cellulare. Non me ne importava molto, in verità, e d'altronde in quella casa non è che ci passassi molto tempo. E non avrei neanche saputo dire in cosa consisteva quel così. I miei genitori non erano mai state delle persone coinvolgenti, ma forse c'era stato un periodo in cui si erano illusi che lo fossi io, una persona coinvolgente. Voglio dire, in tempi diversi mamma mi avrebbe inondato il ginocchio di acqua ossigenata fino a farmi urlare di dolore.
Ma, in fondo, chissenefrega. Discorsi sterili. Se è per questo sono passati anche i tempi in cui bastava l'acqua ossigenata a farmi piangere di dolore.

venerdì 6 dicembre 2013

Capirmi.

Si fa un passo in avanti, dieci indietro, undici in avanti e alla fine si è sempre lì, in quel punto di equilibrio e consapevolezza individuale che non ci si scolla mai di dosso.
Al momento, credo di essere nella fase diecipassindietro. In particolare sono arrivata a quella conclusione infantile già confutata da tempo per cui il mondo - inteso come amalgama, indefinibile ma ben definito nella coscienza di ognuno, di esseri viventi beni mobili e immobili schermi neri condizioni atmosferiche - non mi capisce. E nemmeno si sforza di capirmi. La mia amica non s'impegna minimamente per capirmi e nemmeno la mia scarpa o il libro che sto leggendo. Ci vorrebbe del tempo, per capirmi, invece hanno sempre tutti da fare.
Io non parlo, ho smesso di parlare da tempo (unico rimasuglio dei brillanti risultati raggiunti qualche casella più avanti), e a nessuno importa. Nessuno se n'è accorto che ho smesso di parlare.
Ho detto a mio fratello che sono anni che non mi chiede come sto. Lui mi ha guardata, ha guardato la mamma, poi si è messo il cappotto e ha detto che andava in palestra. Se me l'avesse chiesto, come stavo, io gli avrei risposto che stavo bene senza troppa convinzione; e allora sì che mio fratello avrebbe potuto indagare, cercando di capire cosa c'era che non andava. Troppo facile se l'avessi esplicitato io. Uno ci dovrà pur mettere un po' di impegno per capirmi.
La globalità dell'esistente è in debito con me, per non aver mai cercato di capirmi. E che poi non ci sia niente da capire è un altro discorso, del tutto irrilevante. Ma lo sforzo, almeno quello, mi è dovuto.

domenica 17 novembre 2013

Niente paura.

Da questo momento in poi tieni a mente che ogni anno dovrai rinunciare a qualcosa. Inizierai con le gite familiari fuori porta e con i concerti a centinaia di chilometri di distanza, poi arriverà il momento della cineteca, del festival di letteratura, della cena con gli amici, della pausa di riflessione. Ci sarà un momento in cui potrai permetterti solo una doccia alla settimana. Della corsa serale non avrai più bisogno perchè la corsa sarà perpetua ed interminabile.
Ora ti sembra che non potrai sopravvivere in queste condizioni, che riuscirai a trovare tempo per le cose che adesso ti sembrano irrinunciabili. Non riuscirai. Ma niente paura, ti abituerai a tutto.

martedì 5 novembre 2013

Dieci libri.

Dieci libri possono bastare. Scelti bene, sia chiaro. Scelti tra quella lista dei mille libri che contano qualcosa. Dieci libri che ti spendi bene in ogni situazione, che citi a memoria e a cui nelle discussioni fai ricondurre le radici di tutta la letteratura mondiale, lasciando intuire che, comunque, questa suddetta letteratura, l'hai esplorata a fondo. Guarda, per me dopo Il nome della rosa in Italia s'è scritto poco altro di davvero dirompente.
Dieci libri sono sufficienti perchè ti passi la voglia di addentrarti troppo in quel mondo di scrittori. Perchè quelle paranoie, quei sensi di colpa e i vittimismi e il continuo piangersi addosso e l'esistenzialismo da due soldi, quella è roba che non esiste, roba che la gente sana non ha mai provato sulla propria pelle. Sono migliaia di anni, poi, che questi s'ingobbiscono e si rovinano la salute per dare prova dei loro disagi. Che poi, detto tra noi, raccontano tutti la stessa cosa. Un corale inno all'infelicità.
Le librerie chiudono, i libri finiscono nei cassonetti perchè la gente non sa più che farsene. C'è il cinema, per Dio, c'è la televisione, c'è Internet. Ma questi, imperterriti, continuano a scrivere.
Tuttavia non si può far finta che i libri non esistano: purtroppo ci sono e qualcuno bisognerà pur leggerselo. Quindi sì, direi dieci libri. Uno all'anno e in dieci anni ti sei tolto il pensiero. Non che abbia qualche importanza eh, è solo una faccenda così, puramente folkloristica. Per darti un tono, niente di più.

domenica 3 novembre 2013

Leggi un po' anche per me.

Era sul terrazzo e parlava animatamente al telefono.
F. era in cucina a sparecchiare, a lavare i piatti, a pulire i fornelli.
Una luce grigia filtrava dalle tende semi-chiuse. F. alzò il volume della radio per non sentire la conversazione che avveniva ad un corridoio di distanza da lei. Una triste e rassegnata rabbia si impadronì del suo stomaco.
Finiva sempre così, pensava F. Finiva che passavano l'intera settimana a programmare quei weekend insieme, a fare la lista delle cose che avrebbero fatto, a immaginare i vestiti che avrebbero messo, e poi c'era sempre un impegno improvviso che sopravveniva.
C'era qualche pretesa del datore di lavoro, c'erano le liti familiari da sedare tempestivamente, il televisore da riparare, poi il sonno, la noia, l'indolenza. E poi c'era chissà cos'altro, che F. non conosceva...
Tornò in cucina. Devo scappare disse, torno tra poco. Le stampò un bacio sulla fronte e si piegò ad allacciarsi le scarpe.
Avevano dormito insieme quella notte, sotto lenzuola rosa e coperte calde; era stato bello come sempre. Si erano alzati giusto un paio di volte per un bicchiere d'acqua, non avevano sentito freddo e si erano svegliati dodici ore dopo, ristorati come bambini. Ora però, sembrava che quella sottile e quasi impercettibile gioia non fosse mai esistita. Mentre lui si infilava il cappotto, nel suo intimo F. sperava che per una volta cambiasse idea e rimanesse a casa con lei, sperava che intuisse la sua inquietudine. Era pronta a perdonargli la sua ennesima indelicatezza. Ma quello, figurarsi, quello da solo non si accorgeva mai di nulla.
L'ennesima delusione, poi quel rancore silenzioso, riscattato penosamente da ogni nuova promessa.
Aprendo la porta lui le sorrise con dolcezza e le sussurrò in un orecchio leggi un po' anche per me questo pomeriggio!

domenica 15 settembre 2013

Torchio.

Qualche mese fa mi chiamavi, mi parlavi due minuti e riattaccavi, io tornavo a guardare il mio libro di fisica 2, prima di rendermi conto di non riuscire a leggerlo; allora lo chiudevo e sdraiata sul letto, occhi spalancati, pensavo a quanto sarebbe stato catartico vederti scoppiare la testa in un torchio.
Ormai il libro di fisica 2 l'ho venduto al Libraccio per 3 euro, non desidero più un tuo decesso violento, ma solo la tua momentanea e pacifica dipartita da un parco Sempione già fin troppo gremito e rumoroso perchè il tuo ingombro di suolo pubblico possa risultare gradito. Apro il mio libro verde come dichiarazione di tregua armata, di cessato discorso, di nonhopiùparole, di sono sfibrata, di faccio come se tu non esistessi. Eppure esisti, e perdipiù non la pianti di toccacciarmi i capelli e di cominciare nuove aride conversazioni, che finiscono inevitabilmente per scontrarsi contro il muro della mia insofferenza. Che libro vuoi che sia? E' un libro verde. Bello, molto bello. E mia zia sta bene e anche lo zio e cucinano ancora delle strepitose parmigiane di melanzane. Cos'ho? Niente. Non sto pensando proprio a niente. Cerco di leggere e sì, forse è meglio che te ne vai se devi continuare a parlare.
Te ne vai. E allora rimango lì, sdraiata sull'erba, occhi spalancati, rendendomi conto di non riuscire a leggere il mio bel libro verde. So che in quel momento stai pensando a come sarebbe estatico guardare la mia testa esplodere in un arcobaleno rosso, frantumata da un torchio.
A differenza della mia però, so che la tua potrebbe non essere solo una fantasia.

venerdì 30 agosto 2013

Avrei voluto tornare presto.

Avevo promesso che sarei tornata presto, poi sui gradini della chiesa ho incontrato un'amica che mi aspettava da un pezzo con una bottiglia di vino in mano e un pacchetto di patatine del discount. Quando ho provato a dire che ho promesso che torno presto lei ha fatto per offendersi e io proprio non volevo si offendesse, quindi ho legato la bicicletta le ho dato un bacio e mi sono seduta anch'io. Le ho detto che per Resistere non è importante agire bene quanto non fare cazzate e credo anche di essermi sentita piuttosto acuta per aver pronunciato questa massima. Non andare a un concerto di Jovanotti, tipo, o non guardare Striscia la Notizia o non buttare rifiuti per strada o non comprare prodotti israeliani: la passività è la sola salvezza ho poi aggiunto (e capirete a che livelli era ormai la mia autostima), il che, a posteriori, sembra proprio un tentativo di giustificarsi mal riuscito. Al che, la mia amica, a cui non la si dà a bere tanto facilmente, mi ha chiesto se fossi ubriaca e io, beh, dico, mi ero appena alzata dal tavolo in effetti. Ma ubriaca no, dai, era un insulto. Nei miei ricordi mi vedo alzarmi e fare quel giochino di basilare equilibrismo che avrebbe dovuto dimostrare la mia perfetta sobrietà, ovvero ginocchio destro alzato e due spanne che lo uniscono al naso: riesce benissimo, dato l'intenso allenamento che ormai mi permette di farlo anche nelle peggio situazioni.
Continuavo a dirmi che sarei tornata presto, che l'avevo promesso, ma nel frattempo arrivavano delle persone che volevano essere intrattenute con la mia teoria della Resistenza, che di minuto in minuto guadagnava proseliti, e io di certo non potevo rifiutarmi di fronte ad un così grande interesse. Sai, il non leggere la Mazzantini, il non insultare il vicino di casa per noia, il non costruire armi di distruzione di massa. Ho parlato anche con alcuni livornesi con il telefono di qualcuno, si chiamavano Fabio e Manuele (forse), con un tono di voce che eufemisticamente potrei definire alto. Poi mi sono accorta che la mia amica era sparita, forse era in chiesa, e che purtroppo anche quella sera non ero riuscita a tornare presto. Ma anche se non era presto sono tornata a casa, ad un certo punto, ed entrando in camera non ho fatto rumore per non svegliare nessuno, perchè anche questo rientra nella pratica della Resistenza passiva.

sabato 24 agosto 2013

Attese.

Diceva esco a fumare una sigaretta e scompariva per delle ore.
Non c'era traccia nel cortiletto di casa mia, eppure ero sicura che non avesse aperto il cancello. Nascosto da qualche parte, tra un oleandro o un albicocco o un vaso, in quei cinque metri quadri di foresta pluviale che ci separavano dalla civiltà metropolitana. Nel frattempo scoppiavano temporali, cessavano altri temporali, sotto un cielo incerto e pigro che asciugava facilmente le risibili pozzanghere che si formavano sul vialetto tra le crepe del selciato; si faceva buio e io sempre lì, seduta sul tavolo bianco della cucina, con gli occhi fissi al di là della finestra. Di tanto in tanto mi addormentavo, mantenendo la stessa posizione, per poi svegliarmi di scatto, rimproverandomi per le mie scarse capacità di sorveglianza. Non avrei potuto fare altro che stare immobile ad aspettarlo, nient'altro aveva senso. Solitamente si tende a credere che è impossibile non pensare a niente: io ero la prova vivente che è invece possibile, anzi talvolta è l'unica alternativa. Ero un vegetale, priva di una qualsiasi vita interiore, essere creato al solo scopo di aspettarlo.
Poi, così com'era scomparso, riappariva e bussava alla porta-finestra. Ma mi hai chiuso fuori?!? Sorrideva con quei suoi dentini perfetti. Cosa ci prepariamo stasera? Ho una fame...
Qual era il suo trucco? Non glielo chiesi mai, non lo capii mai. Finii per considerarlo normale e ad abituarmi a quelle pause dalla mia esistenza, buchi neri senza memoria.
Sorridevo anch'io allora, sollevata. Riprendevo possesso del mio pensiero e, mentre lo sentivo intento nella cucina, cominciavo a leggere a suonare a scrivere, inconsciamente ansiosa di recuperare il tempo inattivo. Per qualche insidiosa controindicazione del relativismo, ero convinta che non avrei potuto essere più felice.

mercoledì 21 agosto 2013

Intelligentissimi.

Eravamo intelligentissimi, quattro fratelli intelligentissimi. Maestri di retorica e insieme matematici, fisici, chimici, nonchè esperti in letteratura e musica classica, lasciavamo gli adulti a bocca aperta, pronunciando sentenze argute dal basso di occhiali a lenti spesse. Eravamo una squadra vincente, inseparabile.
Se prima ci furono le firme di autografi ai parenti (incorniciate nello studio dai più), poi arrivarono i quiz televisivi, i talk show, la mano al Presidente, la copertina del Time. Eravamo destinati a conquistare il mondo, a dirigere la classe dirigente del futuro; avremmo potuto distruggere o ricostruire tutto ciò che era esistito fino ad allora.
Poi, prima che chiunque tra noi varcasse la soglia dei sedici anni, litigammo. La competizione ci logorò, la paranoia s'impadronì della nostra ragione, sospetti di scorrettezze ci avvelenarono i pensieri. La solitudine divenne il nostro mondo. Cause legali si susseguirono per anni sotto gli occhi voraci dei mezzi di comunicazione, cavalcatori di rancori e tensioni: nessuno ci invitava più in televisione per discutere delle fonti di energia alternative, ma solo per alimentare pettegolezzi e dicerie. I parenti iniziarono, uno ad uno, a togliere i nostri autografi dalle pareti; mio zio me lo rispedì addirittura a casa.
Ormai è qualche anno che non ho notizie di qualcuno dei miei fratelli, anche se spero prima o poi di riconoscerne l'espressione, ancora amareggiata e sconfitta, camminando per strada. Non credo che io avrò mai il coraggio di alzare la cornetta, dopo quello che ho osato fare, dopo quello che hanno osato fare.
Io, da parte mia, ho perso ogni curiosità. Lavoro in un ufficio di collocamento dove le ore passano lente e ordinarie, ideali per dimenticare tutto quello che ho imparato nei primi anni della mia vita. Perchè ora voglio solo dimenticare quella presunzione del sapere che mi ha distrutto. Ho sposato una collega, di cui spero di innamorarmi, prima o poi.
Non credo più di essere intelligentissimo.

domenica 12 maggio 2013

Ma l'avete sentita l'ultima...

Il discorso langue. Siamo al secondo e la rassegna sugli ultimi film usciti è già stata ampiamente dibattuta, e così i programmi per le vacanze estive, i pettegolezzi sui vicini di casa e persino le condizioni meteorologiche (immancabilmente pessime). Regna l'imbarazzo a tavola, il disagio s'insinua tra le portate e solo i complimenti sul cibo riescono a celare il silenzio incombente. Ecco che allora un invitato, dal fondo del tavolo, timidamente prende la parola e inizia: "Ma l'avete sentita l'ultima di Berlusconi?", il che significa una sola cosa: salvezza. Un'altra bella serata in compagnia. Il convitto si rianima, grida indignate e liberatorie si levano da ogni parte, il più cauto tra i presenti tiene orazioni infarcite di slogan frutto di anni e anni di letture dei titoli di "Repubblica", i vicini si fomentano a vicenda ricordando episodi che conoscono a memoria e che ripetono uguali da vent'anni (con qualche rubacuore in più, qualche Craxi in meno). L'argomento "Berlusconi" ha un effetto catartico sugli animi dei salottieri di sinistra: è una certezza, l'unica che rimane agli elettori del Pd, tra crisi economiche che nessuno è in grado di spiegare chiaramente e subdoli franchi tiratori, l'unico punto su cui si troveranno sempre d'accordo e che quindi placa le loro coscienze. C'è chi potrebbe elencare l'intera sequenza di processi, condanne e prescrizioni che l'hanno riguardato e chi si limita a deprecare le sue barzellette sulla Bindi, ma di sicuro tutti hanno almeno un motivo per odiare il Silvio e quindi per sentirsi parte di una grande sinistra italiana di cui il Silvio è appunto il collante.
D'Alema ringrazia, Santoro ringrazia, gli invitati ringraziano, soddisfatti del loro fallimento.

domenica 7 aprile 2013

Le ragazze non piangono mai.

Ragazze salgono in cima alla montagnetta e scrivono sui muretti frasi indelebili che nel giro di qualche anno saranno lavate dalla pioggia, l'interminabile pioggia, e nessuno se ne ricorderà più. Parole di abbandono, sempre uguali da quando hanno tredici anni, perchè l'abbandono non cambia mai e loro sono sempre state abbandonate. E' un rito ormai. Eppure non piangeranno. Ameranno in silenzio, con una coraggiosa ostinazione, e poi smetteranno di farlo, senza tanti proclami o annunci pubblici.
Le ragazze non piangono mai perchè sanno che non c'è dolore con cui non si possa convivere: la disperazione si supera solo quando ci si abitua alla sua presenza subdola.
E quando sarà tempo di biciclette pitturate e corse sui cavalcavia, di vestiti a fiori, Clash, biblioteche e programmi d'esame, allora si accorgeranno che quel coinquilino doloroso, quel pensiero insistente, è ormai quasi un fratello, un elemento insostituibile, un'esperienza con cui confrontarsi in ogni momento della vita. Anche nella gioia, anche il 16 agosto sotto il sole spagnolo, anche quando un'altra persona le costringerà intere serate chiuse in camera a scrivere lettere d'amore. Il comitato degli abbandoni avrà sempre un posticino d'onore nel magma della materia cerebrale, con il compito di giudicare, supervisionare, paragonare. Le ragazze si lasceranno andare di nuovo, sbaglieranno, si illuderanno e saranno di nuovo abbandonate. E sarà la cosa migliore che potrebbe capitare.

mercoledì 26 settembre 2012

Venezia.

Non riuscivo a pensare, quella mattina, e camminavo per inerzia spinta dal vento, nelle gambe una lentezza inedita. L'udito attutito, il mal di gola, il senso di nausea erano le uniche testimonianze di una serata iniziata e finita male, serata che altrimenti avrebbe potuto benissimo appartenere ad un'altra esistenza, circondata da buchi neri e abissi della memoria. Il tutto rendeva il proferire parola un'impresa titanica. Anche i miei compagni stavano in silenzio: non c'era molto da dire. Il cielo delle undici di mattina era scuro e si preparava a scatenare un'apocalisse inutile, uno spreco di energie e di ombrelli di plastica usa e getta. Cosa ci eravamo venuti a fare a Venezia? Le previsioni meteo dicevano che il tempo sarebbe stato bello, invece le mie scarpe di tela bucate non riuscivano ad impedire ai miei piedi di congelarsi. Non mi e' mai piaciuta, poi, Venezia. Chi cazzo ha avuto la malsana idea di passarci quella domenica? Intanto un nuovo amore stava per nascere in me, ma mentre fioriva lo guardavo già con nostalgia, con distacco, come se avesse smesso di appartenermi prima ancora di venire alla luce; un amore tutto vituperato e strattonato, perforato dall'insicurezza e cucito senza esperienza da consolazioni a poco prezzo. Un aborto. Dove sono i veneziani, dove si nascondono, tra queste masse di asiatici dalle macchine fotografiche lunghe due metri e dal tono di voce nasale che definir fastidioso sarebbe un eufemismo. Un feto esanime, un fiore morto nel mio stomaco. O forse era solo il Martini scaduto del giorno prima che fermentava nelle mie viscere, già affollate da questioni di dubbia e inutile risoluzione, come quanto debba durare un abbraccio perchè possa essere ricordato o come evitare di rispondere non so ad ogni domanda impegnativa.
Venezia era una città triste e l'unica cosa che avrei voluto, allora, era andare a casa, gettarmi sul letto e non alzarmi per una settimana.

lunedì 7 maggio 2012

Ricordarti di andare a votare.

Stamattina ti ho chiamato per ricordarti di andare a votare.
La voce impastata suggeriva inequivocabilmente che ti eri appena svegliato, ma tu imperterrito continuavi a sostenere che eri sveglio già da un po': avevi già fatto una lavatrice e messo sul fuoco la moka.
Erano le nove e ti ho svegliato per ricordarti di andare a votare.
Sono dieci anni che non vado a votare, lo sai.
Questa volta potresti farlo, dico, è emozionante non trovi? Sapere che gran parte dei cittadini prima di andare a lavorare va in una scuola elementare, tra i cartelloni colorati i sottobanchi ripieni e tutto, a scegliere con una X. E poi attende con ansia febbrile le proiezioni attaccato alla radio. Davvero, dico, non è emozionante? L'odore delle urne, la giovialità degli scrutatori universitari. Riesci anche ad intascarti la matita se sei abbastanza scaltro.
Ridi. Non vai a votare per i soliti motivi, che sono sempre quelli; quelli di quest'estate seduti sul gradino in quella piazzetta vuota, con una birra in due. Quelli per cui la gran parte dei cittadini prima di andare a lavoro dorme e non frequenta scuole elementari.
Potresti farlo invece, come atto d'amore per la tua città: per la sopraelevata che dà sul porto, per la coda davanti all'acquario, per le focaccerie sul mare, le barche appoggiate ai moletti, il Pinelli, il bar aperto ad ogni ora dietro la stazione. E lo sai che io, a quel buco di culo della tua città, voglio bene più perchè ci sei tu che per la città stessa.
Hai ragione, ci vado a votare questa volta... Voto l'amico di Grillo.
Inutile, a questo punto, provare a convincerti a non andare a votare.
Del resto ti sono sempre piaciuti i venditori di certezze facili. Come me ad esempio.
Ti attacco in faccia irritata, come tutte le volte, negli ultimi mesi. La Vodafone ringrazia per l'ennesima telefonata chilometrica.

mercoledì 18 aprile 2012

Padania.

Tu puoi quasi averlo, sai, ma non ricordi cos'è che vuoi.


Un cancello aperto sul Nulla e un vialetto di cemento scavato nella neve grigia.
Tutto qui: abbastanza, per una terra di nessuno, una terra che non esiste.
Il Nulla su cui è affacciato il cancello si sta mangiando tutto, come in quel libro che leggevo da piccola, dove per salvare il mondo dall'espandersi del Nulla un bambino incredibilmente coraggioso affronta 380 pagine di avventure. Ma da queste parti niente eroi o draghi che sputano fuoco o indovinelli da risolvere o bacchette magiche. Qui vengono fagocitati campi di grano e balle di fieno, treni anonimi che portano addii tristi e sussurrati correndo su cavalcavia pericolanti, bordi di autostrade, casolari in pietra abbandonati monumenti della contemporaneità, rimborsi elettorali nelle sezioni di partito. Ogni cosa si lascia morire nell'indifferenza, nell'apatia, sotto una pioggia leggera e costante. Gli anziani animatori del bar sotto casa ormai al binomio cicchetto-briscola preferiscono La Vita in Diretta seduti sul proprio divano. E anche il derby è più comodo vederlo su Sky, in uno stato di semi-assopimento.
Nell'area più produttiva d'Italia hanno smesso tutti di lavorare, tra un operaio in cassa integrazione e un imprenditore che si spara in testa. E intanto c'è chi ha ancora la forza di sputare odio da palchi verdi, di pulirsi la coscienza facendo nuove promesse, adducendo scuse, armandosi di retorica. Per quanto la fine, di questa Padania, sia vicina, è impossibile intuire un nuovo inizio, un punto fermo da cui ripartire. 
Restano le ferite sottocutanee, lo smarrimento, i solchi sull'asfalto che la nostra nebbia bassa e odorosa non può rimarginare.

mercoledì 8 febbraio 2012

Niente di nuovo sotto la nebbia.

Stiravo i muscoli stesa sul letto di camera sua, le dita incrociate dietro il capo, in testa una canzone risalente ai tempi delle elementari; ne accennavo qualche nota di tanto in tanto. Chissà quale strana sinapsi me l'aveva fatta rievocare.
<<Stai zitta per favore, sto cercando di concentrarmi>>.
Gli lanciai un'occhiataccia che lui, dandomi le spalle, non riuscii a cogliere. Forse la immaginò. Ragionai se fosse il caso di replicare o di obbedire docilmente, ma mentre mi decidevo a rispondere con la solita dose di acidità mi accorsi che erano già passati troppi secondi perchè la mia replica non sembrasse petulante e fuori luogo. Lui era seduto alla scrivania e l'unico espediente che aveva trovato per tenere gli occhi fissi sul libro era quello di reggere la testa con le mani, limitando automaticamente il campo visivo dello sguardo. Si massaggiava le tempie nervosamente e non riuscii a trattenere un sorriso quando, osservando i movimenti delle sue dita, mi sembrò che essi cercassero di riprodurre il ritmo della canzone che stavo canticchiando.
<<Visto che come al solito sei disoccupata, non è che mi vai a fare un caffè?>> disse, senza neanche girarsi nè muoversi dalla sua posizione.
<<C'è quello freddo di stamattina se vuoi>>
<<Fammene un altro, non mi piace freddo>>
<<Te lo riscaldo?>>
<<Non mi piace il caffè vecchio>>
<<E a mamma non piace che buttiamo il caffè vecchio>>
<<Mamma non deve sempre sapere tutto: buttalo nel lavandino e fanne un altro>>
<<Faresti questo a mamma?>>
A questo punto fece un lungo sospiro e poi le lunghe mani affilate gli scivolarono sul volto, a grattare lentamente occhi e sopracciglia, a sfregare le guance portandone la carne in giù e in su in giù e in su. Unì infine i palmi sotto il mento, in una sorta di preghiera alla santa Pazienza.
<<Ok, grazie comunque>>
Mi girai su un fianco e mi trovai faccia a faccia con la solita parete gonfia di nomi facce suoni graffi cuoricini pupazzetti disegnini bigliettini e tanti altri etti ini ini. Mio fratello era così simile a me che a volte mi stupivo che non fosse me; mi facevano quasi incazzare i suoi colori, il suo entusiasmo, il suo sorriso. A volte invece impazziva e mi urlava addosso cose intrise di cattiveria, di malvagità, della voglia di far male fine a se stessa, cose che nessun altro avrebbe potuto dirmi, perchè da nessun altro comprese con tale chiarezza e arguzia. Dove gli altri vedevano i singoli atteggiamenti, i meschini particolari, lui coglieva l'insieme, la cornice di legno tarlato. E così mi distruggeva. Allora lo odiavo: non bisognerebbe mai abusare fino in fondo di un potere maligno tanto influente, è pericoloso.
Quando non si dilettava a rovinarmi l'esistenza, invece, mio fratello era un ottimo compagno di silenziosi pensieri.
Sul muro era comparso una nuova frase quel giorno, scritta su un piccolo foglio a quadretti: Niente di nuovo sotto la nebbia. Restai qualche secondo a fissarla, sovrappensiero. Poi mi alzai bruscamente e mi diressi verso la cucina: tornai nella sua camera dopo cinque minuti, sorseggiando da una tazzina di caffè freddo. <<Io esco, ci vediamo dopo?>>
<<Forse, tu porta le chiavi>>
Mentre chiudevo la porta d'ingresso, sentii che il caffè nella moka cominciava a brontolare.

domenica 5 febbraio 2012

La rasoiata di Occam, per me.

Mi sono accorta che le domande che appaiono tanto insormontabili in verità non sono insormontabili, solo che il tempo (che, non avendo un cazzo da fare, è tanto) che si impiega a cercare nuove intricate risposte le fa apparire tali. Dando una risposta chiara e concisa a tutti i dubbi esistenziali che ci tormentano giorno e notte, avremmo molto più tempo da dedicare a noi stessi (e la mattina non avremmo la faccia sconvolta di chi ha passato l'intera nottata insonne, meditando dissertazioni filosofiche). Qualcuno troverebbe addirittura il tempo di lavarsi, e ciò sarebbe davvero una conquista, specie per i pendolari che devono condividere il treno con traspirazioni per così dire particolari.
Insomma meno domande irrisolvibili=più tempo=beneficio per la società intera.
Poi dovremmo anche trovare un modo per riempire il tempo libero che ne ricaveremmo, ma questo è un problema secondario.
Per dare questa svolta definitiva alla propria vita, ognuno può trovare le sue risposte, l'importante è che siano chiare, evidenti, possibilmente brevi.
Io mi sono prefissata di astenermi dalle conclusioni più raffinate (oltre che più logiche), le quali si sarebbero aggirate nell'ambito del "non lo so e non mi interessa" o, al limite, del "sticazzi", perchè credo di non essere ancora pronta per una verità tanto scomoda e radicale.
Per costruire il mio nuovo castello del sapere, sono partita inizialmente dalla domanda "Dio esiste?": istintivamente la mia risposta è stata negativa, ma andando avanti con i quesiti, mi sono accorta che l'assenza di Dio rendeva tutto molto più complesso, anzi, stava per rigettarmi nel mio precedente stato di confusione. Così ho provato a cambiare la mia prima risposta: ecco che, magicamente, tutto tornava. Era come se l'esistenza di Dio giustificasse tutte le mie conclusioni, le quali, d'altronde, potevano essere tutte ricondotte al Creatore. 

-Il mondo finirà nel 2012? Se Dio lo deciderà.
-Perchè sono brutto? Perchè Dio mi ha dato altre qualità.
-Quali altre qualità ho? Grandi qualità invisibili all'occhio umano.
-Perchè La Russa esiste? Perchè possa causare ilarità e allo stesso tempo indignazione (nobile sentimento) nell'intera stirpe umana.

Tutto è diventato molto più semplice ai miei occhi; ho ricominciato a dormire come un bambino, a grattarmi la pancia nei momenti liberi, a provare il piacere della noia.
Insomma, tutto questo era per dire che sono diventato credente.

Mi fa comodo.