giovedì 6 settembre 2012
Sono un tipo particolare.
Voglio andare a studiare all'estero. Leggo l'Internazionale. Sono vegetariano. Cito Pasolini appena ne ho l'occasione. Una casa editrice indipendente sta per pubblicare le mie poesie. Non guardo i reality show anzi non guardo proprio la televisione. Non ho la televisione ma guardo i programmi che m'interessano online. La Rai non fa servizio pubblico. Non sopporto Fazio ma i suoi ospiti sono sempre interessanti. La Littizzetto e' un genio. Guardo i film con il proiettore. Ho cancellato il mio account da facebook e ora ho millemila followers che seguono i miei millemila tweet al minuto. Su twitter seguo Umberto Eco, Gad Lerner e Francois Hollande. Mio nonno era un partigiano. Faccio volontariato alla mensa dei poveri. Le prossime elezioni si giocheranno in rete. Bevo solo birra artigianale. La domenica mattina faccio il brunch. Ho organizzato l'autogestione del mio liceo. A questa citta' serve un programma di edilizia popolare. A quel bigotto di Manzoni preferisco Leopardi. La mia bicicletta e' costruita artigianalmente. Fabio Volo non sa scrivere ma la Mazzantini e' una delle piu' grandi scrittrici italiane. Ho la tessera dell'Anteo. Ho tutte le tessere Arci da dieci anni a questa parte. Sabato sera sono andato ad un reading di poesie con accompagnamento elettroacustico. Non mi sono mai arreso alla fotografia digitale e uso la macchina fotografica a pellicola di mio zio. Ho comprato al mercatino dell'usato delle Clarks degli anni Settanta. Sono stanco della citta' e vorrei andare a vivere in campagna. Il Thailandese e' il mio cibo preferito. So a memoria il numero di telefono di Radio Popolare. Sono un social smoker. Intrattengo una corrispondenza epistolare con un mio ex compagno delle medie che e' andato ad abitare in Peru'. Indosso le Camper anche per giocare a pallone. Spinoza.it e' una delle piu' argute voci sarcastiche in Italia. L'agopuntura fa miracoli. Mentre i miei amici sciano io preferisco fare delle camminate in montagna da solo. Ho scritto la sceneggiatura di un cortometraggio.
sabato 18 agosto 2012
L'anello di congiunzione tra Orazio e l'Esselunga
Non si è mai chiarito perchè ci dovessi sempre andare io a comprare il vino all'Esselunga. Non mi sembra giusto, a ben pensarci.
Quei giovedì autunnali, verso le sette, nonostante mi mancassero ancora 20 pagine da leggere di latino, chiudevo il libro, piazzavo una scusa qualunque a mamma e uscivo a scongelare la bicicletta. Tanto la mattina avrei avuto venti minuti buoni di metropolitana per studiare, pensavo io. Tanto non mi avrebbe mai interrogata, dicevi tu.
Cinque minuti per andare, venti secondi per identificare la bottiglia tra gli scaffali etilici, due minuti per salutare la prof delle medie che passa la vita lì: tutto regolare. Dopo un paio d'ore in fila alla cassa e le duecento conferme al telefono che "sì, ceno a casa", ero fuori, con la bottiglia che metteva a dura prova la resistenza della mia borsa e della mia spalla.
Quei giovedì sera mi passavi a prendere all'incrocio e andavamo a sentire qualche cantautore triste; io portavo il vino e tu le birre, questi erano i patti. Si beveva tutto prima di entrare, in macchina, più perchè ci piaceva l'idea che per l'effettiva mancanza di moneta per una birra alla spina. Si fanno delle cose stupide ogni tanto, giusto perchè a volte sembra che l'unico modo di non pensare al domani sia fare delle cose stupide e senza senso. E io al domani avrei preferito non pensarci, ma sorsata dopo sorsata l'immagine di Orazio che si riscalda al fuoco guardando la vetta del monte Soratte cominciava a rimbalzarmi nella testa. Era un periodo in cui studiavo sempre latino letteratura, non scherzo. Naturalmente non sarei mai stata interrogata in latino letteratura; era raro che qualcuno mi interrogasse, in generale. Peccato, Orazio mi piaceva davvero.
La verità, penso, è che mi faceva piacere andare a prendere il vino all'Esselunga. Mi lamentavo sempre, è vero (non sia mai che faccia qualcosa senza ostentare la giusta dose di svogliatezza), ma lo facevo con quella scarsa convinzione che si riserva alle decisioni già stabilite dall'abitudine e che la stessa abitudine ha reso un dolce rituale.
Quei giovedì autunnali, verso le sette, nonostante mi mancassero ancora 20 pagine da leggere di latino, chiudevo il libro, piazzavo una scusa qualunque a mamma e uscivo a scongelare la bicicletta. Tanto la mattina avrei avuto venti minuti buoni di metropolitana per studiare, pensavo io. Tanto non mi avrebbe mai interrogata, dicevi tu.
Cinque minuti per andare, venti secondi per identificare la bottiglia tra gli scaffali etilici, due minuti per salutare la prof delle medie che passa la vita lì: tutto regolare. Dopo un paio d'ore in fila alla cassa e le duecento conferme al telefono che "sì, ceno a casa", ero fuori, con la bottiglia che metteva a dura prova la resistenza della mia borsa e della mia spalla.
Quei giovedì sera mi passavi a prendere all'incrocio e andavamo a sentire qualche cantautore triste; io portavo il vino e tu le birre, questi erano i patti. Si beveva tutto prima di entrare, in macchina, più perchè ci piaceva l'idea che per l'effettiva mancanza di moneta per una birra alla spina. Si fanno delle cose stupide ogni tanto, giusto perchè a volte sembra che l'unico modo di non pensare al domani sia fare delle cose stupide e senza senso. E io al domani avrei preferito non pensarci, ma sorsata dopo sorsata l'immagine di Orazio che si riscalda al fuoco guardando la vetta del monte Soratte cominciava a rimbalzarmi nella testa. Era un periodo in cui studiavo sempre latino letteratura, non scherzo. Naturalmente non sarei mai stata interrogata in latino letteratura; era raro che qualcuno mi interrogasse, in generale. Peccato, Orazio mi piaceva davvero.
La verità, penso, è che mi faceva piacere andare a prendere il vino all'Esselunga. Mi lamentavo sempre, è vero (non sia mai che faccia qualcosa senza ostentare la giusta dose di svogliatezza), ma lo facevo con quella scarsa convinzione che si riserva alle decisioni già stabilite dall'abitudine e che la stessa abitudine ha reso un dolce rituale.
giovedì 24 maggio 2012
La mia passività di fronte ai finestrini.
Non guiderò mai un aereo, l'esame della patente è troppo difficile da passare e mi vengono i crampi alle gambe solo all'idea di pedalare per cinque minuti di fila. A me piace essere trasportata. L'asfalto corre sotto di me e io sono ferma; è l'unica occasione in cui le mie paranoie me lo concedono, di stare ferma e di non dovermi preoccupare di niente. Davvero, dico ai miei sensi di colpa, io vorrei fare qualcosa, ma proprio non posso, impegnata come sono a reggermi al manubrio della bici o al lembo di una maglietta; è già tanto se il vento non mi sfila le lenti già secche da un pezzo. Anche in treno e in macchina di leggere non se ne parla, se non voglio che mi si riproponga la pasta che ho ancora sullo stomaco, figurarsi in metropolitana, quando il viavai di simpatiche ed educate vecchiette impedisce il mantenimento di una posizione eretta stabile. Allora posso finalmente abbandonarmi passivamente al film che propone la realtà, a volte con tanto di colonna sonora: le case che sfrecciano grigie o colorate o tristi abbandonate con i terrazzi con i fiori e i portoni i tetti a punta le finestre piccole le antenne, e chissà chi ci abita, chissà come sarebbe stato se fossi nata lì. E le persone come sono stressate, altre incredibilmente felici sorridono agli sconosciuti e salutano il fruttivendolo il giornalaio e Abdul che vende accendini, anche se non comprano niente. Mi piace anche mangiare i chilometri nell'Italia delle campagne, gialla verde grigia e azzurra, a strisce, e vorrei fermarmi in ciascuna di quelle fermate blu dai nomi esotici, perchè tutto passa troppo in fretta e ho sempre la sensazione di perdere qualcosa di fondamentale per strada che non riuscirò più a recuperare.
Mi piacerebbe essere bloccata in questi oggetti di ferro per ore e guardo senza entusiasmo l'avvicinarsi della destinazione; non posso neanche decidere di farmi trasportare più di quanto dovrei, e poi tornare indietro, perchè altrimenti i miei sensi di colpa comincerebbero a martellarmi la testa, ricordandomi quante cosa avrei potuto fare in tutto quel tempo. Schiavi della fuga del tempo, ecco cosa siamo.
Mi godo dunque questi brevi sguardi sulle esistenze, perse nei meandri di un paese o nascoste nei vicoli, cercando sempre di prediligere le mete più remote, che possibilmente attraversino tutta la città o tutto il paese.
Mi godo dunque questi brevi sguardi sulle esistenze, perse nei meandri di un paese o nascoste nei vicoli, cercando sempre di prediligere le mete più remote, che possibilmente attraversino tutta la città o tutto il paese.
lunedì 7 maggio 2012
Ricordarti di andare a votare.
Stamattina ti ho chiamato per ricordarti di andare a votare.
La voce impastata suggeriva inequivocabilmente che ti eri appena svegliato, ma tu imperterrito continuavi a sostenere che eri sveglio già da un po': avevi già fatto una lavatrice e messo sul fuoco la moka.
Erano le nove e ti ho svegliato per ricordarti di andare a votare.
Sono dieci anni che non vado a votare, lo sai.
Questa volta potresti farlo, dico, è emozionante non trovi? Sapere che gran parte dei cittadini prima di andare a lavorare va in una scuola elementare, tra i cartelloni colorati i sottobanchi ripieni e tutto, a scegliere con una X. E poi attende con ansia febbrile le proiezioni attaccato alla radio. Davvero, dico, non è emozionante? L'odore delle urne, la giovialità degli scrutatori universitari. Riesci anche ad intascarti la matita se sei abbastanza scaltro.
Ridi. Non vai a votare per i soliti motivi, che sono sempre quelli; quelli di quest'estate seduti sul gradino in quella piazzetta vuota, con una birra in due. Quelli per cui la gran parte dei cittadini prima di andare a lavoro dorme e non frequenta scuole elementari.
Potresti farlo invece, come atto d'amore per la tua città: per la sopraelevata che dà sul porto, per la coda davanti all'acquario, per le focaccerie sul mare, le barche appoggiate ai moletti, il Pinelli, il bar aperto ad ogni ora dietro la stazione. E lo sai che io, a quel buco di culo della tua città, voglio bene più perchè ci sei tu che per la città stessa.
Hai ragione, ci vado a votare questa volta... Voto l'amico di Grillo.
Inutile, a questo punto, provare a convincerti a non andare a votare.
Del resto ti sono sempre piaciuti i venditori di certezze facili. Come me ad esempio.
Ti attacco in faccia irritata, come tutte le volte, negli ultimi mesi. La Vodafone ringrazia per l'ennesima telefonata chilometrica.
La voce impastata suggeriva inequivocabilmente che ti eri appena svegliato, ma tu imperterrito continuavi a sostenere che eri sveglio già da un po': avevi già fatto una lavatrice e messo sul fuoco la moka.
Erano le nove e ti ho svegliato per ricordarti di andare a votare.
Sono dieci anni che non vado a votare, lo sai.
Questa volta potresti farlo, dico, è emozionante non trovi? Sapere che gran parte dei cittadini prima di andare a lavorare va in una scuola elementare, tra i cartelloni colorati i sottobanchi ripieni e tutto, a scegliere con una X. E poi attende con ansia febbrile le proiezioni attaccato alla radio. Davvero, dico, non è emozionante? L'odore delle urne, la giovialità degli scrutatori universitari. Riesci anche ad intascarti la matita se sei abbastanza scaltro.
Ridi. Non vai a votare per i soliti motivi, che sono sempre quelli; quelli di quest'estate seduti sul gradino in quella piazzetta vuota, con una birra in due. Quelli per cui la gran parte dei cittadini prima di andare a lavoro dorme e non frequenta scuole elementari.
Potresti farlo invece, come atto d'amore per la tua città: per la sopraelevata che dà sul porto, per la coda davanti all'acquario, per le focaccerie sul mare, le barche appoggiate ai moletti, il Pinelli, il bar aperto ad ogni ora dietro la stazione. E lo sai che io, a quel buco di culo della tua città, voglio bene più perchè ci sei tu che per la città stessa.
Hai ragione, ci vado a votare questa volta... Voto l'amico di Grillo.
Inutile, a questo punto, provare a convincerti a non andare a votare.
Del resto ti sono sempre piaciuti i venditori di certezze facili. Come me ad esempio.
Ti attacco in faccia irritata, come tutte le volte, negli ultimi mesi. La Vodafone ringrazia per l'ennesima telefonata chilometrica.
domenica 6 maggio 2012
Il tuttologo.
E' il tipo che s'intromette con disinvoltura in una discussione sul Dogma 95 e in una sull'angiosarcoma, passando per i commenti sul reattore nucleare a fissione e sull'importanza del Romanticismo nella formazione del sentimento nazionale. Egli si trova sempre a suo agio, in ogni situazione, basta che abbia la possibilità di dire la sua e di esibire le sue presunte conoscenze.
La sua abilità è quella di ridurre la portata dei problemi a frasi ad effetto, citazioni (che spesso non hanno nulla a che fare con l'argomento), sentenze vaghe e vuote, soluzioni semplicistiche che sfiorano la demagogia. Così di fronte ad una conversazione rammaricata sullo sfacelo della politica interviene con un sempreverde largo ai giovani (naturalmente valido anche per le proposte musicali e per il problema della disoccupazione); nel mezzo di una discussione su un film che non ha visto ci tiene a precisare che adora quel regista ma i primi film erano migliori; in caso di dubbio dei suoi interlocutori non perde occasione per bluffare e dirsi certo che le cose stanno così. E' un uomo sicuro di sè, il tuttologo, non c'è che dire, lo si capisce dal modo in cui proferisce parola, come se dalla sua bocca colasse oro.
Il profeta dei nostri tempi non ha rapporti diretti o telefonici con Dio, ma ha come unico datore di lavoro il Senso Comune, che gli prescrive le frasi giuste (ed innocue) da declamare.
Il tuttologo esercita il diritto di parola in modo improprio, sconsiderato, dannoso per i suoi interlocutori e per l'intera umanità. In un mondo più giusto, insomma, la tuttologia dovrebbe essere un reato perseguibile per legge.
giovedì 19 aprile 2012
Meteoropatia.
Sintomi: stanchezza, misantropia, mal di testa, depressione, istinti omicidi, nervosismo, insonnia.
Pioggia e cielo fosco mandano in coma le endorfine, i nervi si gonfiano, le unghie si sbriciolano umide.
Ho iniziato a guardare il meteo con un'ansia senile, da quando mi sono resa conto che nella maggior parte dei casi la causa del mio malessere non risiede in me, ma in questa città di merda nata con l'ombrello, grigia triste piovosa. Allora preferisco saperlo prima quando sarò intollerante (e intollerabile), quando non potrò fare a meno di trattare con sufficienza qualsiasi essere umano mi rivolga parola (non tralasciando di accanirmi contro la mia, di persona), così da poter avvertire i conoscenti, non compromettendo fantastici rapporti che si consumano sotto il sole: "Ok, da adesso fino alla fine di questa tornata di emergenza maltempo non rispondo delle mie azioni nè delle mie parole. Se mi capiterà di dirti che il racconto a cui ti sei dedicato tutta la stagione è mediocre, non lo penso veramente, e lo stesso vale se ti dirò che sei ingrassato o che tua madre si veste da puttana o che non ti saresti meritato di vincere quella partita".
Non lo penso veramente, solo mi viene un'irrefrenabile voglia di far male alle persone e un'irrefrenabile sintonia con certi concetti simil-nichilisti. E' così miserabile, poi, che il seme della mia cattiveria abbia terreno fertile solo in determinate condizioni atmosferiche, in balia di una Natura così ingombrante.
Ecco, io questo disturbo l'ho interpretato come meteoropatia. Forse non è il termine adatto ma, in mancanza di una diagnosi più accurata, mi accontenterò di questo.
Pioggia e cielo fosco mandano in coma le endorfine, i nervi si gonfiano, le unghie si sbriciolano umide.
Ho iniziato a guardare il meteo con un'ansia senile, da quando mi sono resa conto che nella maggior parte dei casi la causa del mio malessere non risiede in me, ma in questa città di merda nata con l'ombrello, grigia triste piovosa. Allora preferisco saperlo prima quando sarò intollerante (e intollerabile), quando non potrò fare a meno di trattare con sufficienza qualsiasi essere umano mi rivolga parola (non tralasciando di accanirmi contro la mia, di persona), così da poter avvertire i conoscenti, non compromettendo fantastici rapporti che si consumano sotto il sole: "Ok, da adesso fino alla fine di questa tornata di emergenza maltempo non rispondo delle mie azioni nè delle mie parole. Se mi capiterà di dirti che il racconto a cui ti sei dedicato tutta la stagione è mediocre, non lo penso veramente, e lo stesso vale se ti dirò che sei ingrassato o che tua madre si veste da puttana o che non ti saresti meritato di vincere quella partita".
Non lo penso veramente, solo mi viene un'irrefrenabile voglia di far male alle persone e un'irrefrenabile sintonia con certi concetti simil-nichilisti. E' così miserabile, poi, che il seme della mia cattiveria abbia terreno fertile solo in determinate condizioni atmosferiche, in balia di una Natura così ingombrante.
Ecco, io questo disturbo l'ho interpretato come meteoropatia. Forse non è il termine adatto ma, in mancanza di una diagnosi più accurata, mi accontenterò di questo.
mercoledì 18 aprile 2012
Padania.
Tu puoi quasi averlo, sai, ma non ricordi cos'è che vuoi.
Un cancello aperto sul Nulla e un vialetto di cemento scavato nella neve grigia.
Tutto qui: abbastanza, per una terra di nessuno, una terra che non esiste.
Il Nulla su cui è affacciato il cancello si sta mangiando tutto, come in quel libro che leggevo da piccola, dove per salvare il mondo dall'espandersi del Nulla un bambino incredibilmente coraggioso affronta 380 pagine di avventure. Ma da queste parti niente eroi o draghi che sputano fuoco o indovinelli da risolvere o bacchette magiche. Qui vengono fagocitati campi di grano e balle di fieno, treni anonimi che portano addii tristi e sussurrati correndo su cavalcavia pericolanti, bordi di autostrade, casolari in pietra abbandonati monumenti della contemporaneità, rimborsi elettorali nelle sezioni di partito. Ogni cosa si lascia morire nell'indifferenza, nell'apatia, sotto una pioggia leggera e costante. Gli anziani animatori del bar sotto casa ormai al binomio cicchetto-briscola preferiscono La Vita in Diretta seduti sul proprio divano. E anche il derby è più comodo vederlo su Sky, in uno stato di semi-assopimento.
Nell'area più produttiva d'Italia hanno smesso tutti di lavorare, tra un operaio in cassa integrazione e un imprenditore che si spara in testa. E intanto c'è chi ha ancora la forza di sputare odio da palchi verdi, di pulirsi la coscienza facendo nuove promesse, adducendo scuse, armandosi di retorica. Per quanto la fine, di questa Padania, sia vicina, è impossibile intuire un nuovo inizio, un punto fermo da cui ripartire.
Restano le ferite sottocutanee, lo smarrimento, i solchi sull'asfalto che la nostra nebbia bassa e odorosa non può rimarginare.
Un cancello aperto sul Nulla e un vialetto di cemento scavato nella neve grigia.
Tutto qui: abbastanza, per una terra di nessuno, una terra che non esiste.
Il Nulla su cui è affacciato il cancello si sta mangiando tutto, come in quel libro che leggevo da piccola, dove per salvare il mondo dall'espandersi del Nulla un bambino incredibilmente coraggioso affronta 380 pagine di avventure. Ma da queste parti niente eroi o draghi che sputano fuoco o indovinelli da risolvere o bacchette magiche. Qui vengono fagocitati campi di grano e balle di fieno, treni anonimi che portano addii tristi e sussurrati correndo su cavalcavia pericolanti, bordi di autostrade, casolari in pietra abbandonati monumenti della contemporaneità, rimborsi elettorali nelle sezioni di partito. Ogni cosa si lascia morire nell'indifferenza, nell'apatia, sotto una pioggia leggera e costante. Gli anziani animatori del bar sotto casa ormai al binomio cicchetto-briscola preferiscono La Vita in Diretta seduti sul proprio divano. E anche il derby è più comodo vederlo su Sky, in uno stato di semi-assopimento.
Nell'area più produttiva d'Italia hanno smesso tutti di lavorare, tra un operaio in cassa integrazione e un imprenditore che si spara in testa. E intanto c'è chi ha ancora la forza di sputare odio da palchi verdi, di pulirsi la coscienza facendo nuove promesse, adducendo scuse, armandosi di retorica. Per quanto la fine, di questa Padania, sia vicina, è impossibile intuire un nuovo inizio, un punto fermo da cui ripartire.
Restano le ferite sottocutanee, lo smarrimento, i solchi sull'asfalto che la nostra nebbia bassa e odorosa non può rimarginare.
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