Ragazze salgono in cima alla montagnetta e scrivono sui muretti frasi indelebili che nel giro di qualche anno saranno lavate dalla pioggia, l'interminabile pioggia, e nessuno se ne ricorderà più. Parole di abbandono, sempre uguali da quando hanno tredici anni, perchè l'abbandono non cambia mai e loro sono sempre state abbandonate. E' un rito ormai. Eppure non piangeranno. Ameranno in silenzio, con una coraggiosa ostinazione, e poi smetteranno di farlo, senza tanti proclami o annunci pubblici.
Le ragazze non piangono mai perchè sanno che non c'è dolore con cui non si possa convivere: la disperazione si supera solo quando ci si abitua alla sua presenza subdola.
E quando sarà tempo di biciclette pitturate e corse sui cavalcavia, di vestiti a fiori, Clash, biblioteche e programmi d'esame, allora si accorgeranno che quel coinquilino doloroso, quel pensiero insistente, è ormai quasi un fratello, un elemento insostituibile, un'esperienza con cui confrontarsi in ogni momento della vita. Anche nella gioia, anche il 16 agosto sotto il sole spagnolo, anche quando un'altra persona le costringerà intere serate chiuse in camera a scrivere lettere d'amore. Il comitato degli abbandoni avrà sempre un posticino d'onore nel magma della materia cerebrale, con il compito di giudicare, supervisionare, paragonare. Le ragazze si lasceranno andare di nuovo, sbaglieranno, si illuderanno e saranno di nuovo abbandonate. E sarà la cosa migliore che potrebbe capitare.
domenica 7 aprile 2013
martedì 26 marzo 2013
Ti senti sola con la tua libertà?
Me l'avevi promesso, che quando avrei finito gli esami mi avresti portato al mare.
Abbiamo una macchina nuova, solo un po' usata, e uno scatolone pieno di cd equamente diviso tra i miei cantautori tristi e i tuoi successi degli anni 80. Come prevedibile il diritto di chi guida prevale sempre, così finisce che per dieci giorni ci si ascolta solo Depeche Mode e similari.
Ci vorremmo fermare in ogni posto ma va a finire che, per non dover scegliere o più semplicemente per pigrizia, ci fermiamo solo per pisciare o mangiare, guardando la spiaggia dalla piazzola della statale dissestata. Il tempo di un autoscatto storto con i capelli spettinati dal vento e siamo di nuovo sulla strada.
Il profumo di mediterraneo si mescola ai nostri odori attraverso i finestrini semi-aperti e si deposita sul cruscotto, sui sedili, sugli occhiali da sole trovati sul traghetto, sui cellulari scarichi, insieme alla polvere e alla sabbia di un'estate greca. Non leggiamo il giornale da una settimana e forse anche l'Italia è crollata sepolta dai debiti: chissà che non riesca a diventare scarna gialla ingenua povera selvaggia come l'Ellade. Quando la disoccupazione salirà al novantotto per cento, prima di morire di fame o di stenti, obbligati ad una vacanza forzata, gireremo l'Italia tra autostop e piedi. Il lavoro debilita l'uomo, lo studio lo frena: bighellonare è il solo modo di amare il tempo.
Tuttavia ritorneremo. A debilitarci, a frenarci, in inferni artificiali a pochi passi dalla metro. Per adesso siamo soli, con la nostra libertà.
La nostra camera dà sulla baia, un centinaio di metri sotto di noi. Da lì sembra deserta. Mangiamo una fetta di torta che la padrona di casa (un reticolo di allegre e monumentali rughe che infondono saggezza e serenità) ci offre e scendiamo di corsa le millemila scalette di pietra che ci separano dal mare. Schiocco di infradito, tonfo di scarponi.
E riderai
quel giorno riderai
ma non potrai
lasciarmi più
Il bagno, poi fa freddo, ci asciughiamo a vicenda.
Credimi che non sfotto quando rido.
Credimi che non sono incazzata quando ti guardo seria.
Risaliamo per cena, prima che faccia buio.
Abbiamo una macchina nuova, solo un po' usata, e uno scatolone pieno di cd equamente diviso tra i miei cantautori tristi e i tuoi successi degli anni 80. Come prevedibile il diritto di chi guida prevale sempre, così finisce che per dieci giorni ci si ascolta solo Depeche Mode e similari.
Ci vorremmo fermare in ogni posto ma va a finire che, per non dover scegliere o più semplicemente per pigrizia, ci fermiamo solo per pisciare o mangiare, guardando la spiaggia dalla piazzola della statale dissestata. Il tempo di un autoscatto storto con i capelli spettinati dal vento e siamo di nuovo sulla strada.
Il profumo di mediterraneo si mescola ai nostri odori attraverso i finestrini semi-aperti e si deposita sul cruscotto, sui sedili, sugli occhiali da sole trovati sul traghetto, sui cellulari scarichi, insieme alla polvere e alla sabbia di un'estate greca. Non leggiamo il giornale da una settimana e forse anche l'Italia è crollata sepolta dai debiti: chissà che non riesca a diventare scarna gialla ingenua povera selvaggia come l'Ellade. Quando la disoccupazione salirà al novantotto per cento, prima di morire di fame o di stenti, obbligati ad una vacanza forzata, gireremo l'Italia tra autostop e piedi. Il lavoro debilita l'uomo, lo studio lo frena: bighellonare è il solo modo di amare il tempo.
Tuttavia ritorneremo. A debilitarci, a frenarci, in inferni artificiali a pochi passi dalla metro. Per adesso siamo soli, con la nostra libertà.
La nostra camera dà sulla baia, un centinaio di metri sotto di noi. Da lì sembra deserta. Mangiamo una fetta di torta che la padrona di casa (un reticolo di allegre e monumentali rughe che infondono saggezza e serenità) ci offre e scendiamo di corsa le millemila scalette di pietra che ci separano dal mare. Schiocco di infradito, tonfo di scarponi.
E riderai
quel giorno riderai
ma non potrai
lasciarmi più
Il bagno, poi fa freddo, ci asciughiamo a vicenda.
Credimi che non sfotto quando rido.
Credimi che non sono incazzata quando ti guardo seria.
Risaliamo per cena, prima che faccia buio.
domenica 17 febbraio 2013
Xenia.
Ho freddo.
Forse ho la febbre, ma non posso saperlo perchè il termometro è rotto.
Forse me l'hai passata tu, regalo di addio, o forse me la sto solo immaginando.
L'ultima botta di disperazione sembra sempre la più insuperabile, l'estrema forma di morte spirituale, invece ne arriva sempre un'altra in grado di mettere in discussione le sconfitte precedenti. Anche con la felicità vale lo stesso, ma non ci si fa caso. La felicità appare come un'astrazione il più delle volte.
Tu hai il cellulare spento e sei lontano, fa freddo, una raccolta di poesie nichiliste sta. annichilendo le mie ultime energie e io vorrei solo mettermi a letto, alle sette di sera, e svegliarmi domani, per guardare le cose con più distacco. Da domani si riparte da capo, si torna a combattere e a dare peso a cose che non ne hanno, ad organizzare il tempo con criteri diversi dagli orari del tuo bar.
Tutto ciò assomiglia terribilmente ad una fine. E' così scontato, per Dio.
Niente di grave hai detto. Hai ragione, tutto è relativo. In fondo non ho un cancro al polmone e mio fratello non si è suicidato sotto le rotaie del tram. In fondo non dovrei lamentarmi considerato che ogni tre secondi in qualche lontana parte del mondo muore un bambino e che anche nei paesi civilizzati ci sono persone che sono costrette a dormire sotto i ponti. Ok, ma chissenefrega. Anche questo è grave e per il momento è la cosa più grave che mi potesse succedere.
Sono gravi i ricordi random che m'impediscono di concentrarmi, così come quei sogni così confusi in cui compare sempre lo sguardo vigile di tuo padre. E' grave il disegno persecutorio che sta dietro tutto ciò. Ossessione. Non serve l'intelligenza, che tu sostieni io abbia a sufficienza, per capire. Non basta, anzi a volte è deleteria. Servirebbe quel cinismo che di tanto in tanto m'illudo di avere. O una cultura meno approfondita della Nouvelle Vogue francese.
E poi, poi davvero mi riprenderò. Tornerò ad affidarmi a qualche forma di dipendenza umana, l'unica in grado di tenermi in vita. Ma, lasciamelo dire, adesso per me tutto ciò ha il retrogusto della tragedia.
La primavera sbuca col suo passo di talpa.
Non ti sentirò più parlare di antibiotici
velenosi, del chiodo del tuo femore,
dei beni di fortuna che t'ha un occhiuto omissis
spennacchiati.
Forse ho la febbre, ma non posso saperlo perchè il termometro è rotto.
Forse me l'hai passata tu, regalo di addio, o forse me la sto solo immaginando.
L'ultima botta di disperazione sembra sempre la più insuperabile, l'estrema forma di morte spirituale, invece ne arriva sempre un'altra in grado di mettere in discussione le sconfitte precedenti. Anche con la felicità vale lo stesso, ma non ci si fa caso. La felicità appare come un'astrazione il più delle volte.
Tu hai il cellulare spento e sei lontano, fa freddo, una raccolta di poesie nichiliste sta. annichilendo le mie ultime energie e io vorrei solo mettermi a letto, alle sette di sera, e svegliarmi domani, per guardare le cose con più distacco. Da domani si riparte da capo, si torna a combattere e a dare peso a cose che non ne hanno, ad organizzare il tempo con criteri diversi dagli orari del tuo bar.
Tutto ciò assomiglia terribilmente ad una fine. E' così scontato, per Dio.
Niente di grave hai detto. Hai ragione, tutto è relativo. In fondo non ho un cancro al polmone e mio fratello non si è suicidato sotto le rotaie del tram. In fondo non dovrei lamentarmi considerato che ogni tre secondi in qualche lontana parte del mondo muore un bambino e che anche nei paesi civilizzati ci sono persone che sono costrette a dormire sotto i ponti. Ok, ma chissenefrega. Anche questo è grave e per il momento è la cosa più grave che mi potesse succedere.
Sono gravi i ricordi random che m'impediscono di concentrarmi, così come quei sogni così confusi in cui compare sempre lo sguardo vigile di tuo padre. E' grave il disegno persecutorio che sta dietro tutto ciò. Ossessione. Non serve l'intelligenza, che tu sostieni io abbia a sufficienza, per capire. Non basta, anzi a volte è deleteria. Servirebbe quel cinismo che di tanto in tanto m'illudo di avere. O una cultura meno approfondita della Nouvelle Vogue francese.
E poi, poi davvero mi riprenderò. Tornerò ad affidarmi a qualche forma di dipendenza umana, l'unica in grado di tenermi in vita. Ma, lasciamelo dire, adesso per me tutto ciò ha il retrogusto della tragedia.
La primavera sbuca col suo passo di talpa.
Non ti sentirò più parlare di antibiotici
velenosi, del chiodo del tuo femore,
dei beni di fortuna che t'ha un occhiuto omissis
spennacchiati.
sabato 9 febbraio 2013
Magnolia.
Come in quel film in cui i due si amano e si rotolano, abbracciati sulla terra di quell'isola abbandonata, e ridono e lei ha dei capelli neri lunghissimi e poi da una nave sbarca una mandria inferocita di uomini in bombetta e frac che li divide e li allontana, tra le mura sporche della Roma imperiale. Si ritroveranno, alla fine, ma non sarà più lo stesso. Così ci divideranno e poi ci ritroveremo, ma non sarà più lo stesso. Saranno le incomprensioni, i rancori, i cellulari scarichi, le campagne elettorali, le microfrecciatine, le attese della metropolitana, i diciottesimi, le verifiche di fisica, gli scontrini, il raffreddore, gli amici invadenti ad allontanarci. Potremmo essere i principali soggetti di uno studio sull'incomunicabilità nella società contemporanea.
Allora ci diranno che non ci sono i presupposti perchè duri un giorno in più e noi, stanchi di combattere, ci arrenderemo. Ci convinceremo che non è mai stato amore. Rimarrà un quaderno rosso dalle pagine spesse, una poesia paternalista, un disco di Chet Baker, delle foto sfuocate in qualche città emiliana, delle pagine di diario scritte fitte in una calligrafia indecifrabile ai più. Un braccialetto, un crocifisso consacrato da esibire al collo. E ci ricorderemo solo dei baci, quelli che si assomigliano in tutte le relazioni. O di quella notte in cui mi avevi trattata male ed io ero partita, con in cuffia un cantautore barbuto e trasandato, per una fuga disperatamente solitaria in bicicletta, fino a perdermi nell'estrema periferia nord di Milano e, umiliata, a svegliarti dal sonno per farmi strada nella nebbia. O delle altre isterie, mancanze, scenate in mezzo alla strada.
Il resto saranno chiacchiere da bar con gli amici di sempre, quelli che quando incombe la tristezza ti offrono un doppio giro di Slalom e che sanno sempre illuderti che quello non sia un periodaccio, finchè ci sono i doppi giri di Slalom offerti dagli amici.
E' un periodaccio - mi dirai- e non voglio darti altro dolore. E' giusto che vada così -risponderò io-, aspettavo solo che tu avessi il coraggio di parlarmene. Così mentiremo entrambi, convinti di farci del bene a vicenda, annacquando la nostra anomalia in un finale simil-drammatico da fiction televisiva di serie B. Non ci chiariremo mai più, poi, perchè ce l'avevano detto tutti che sarebbe finita così e noi, in fondo, lo si presagiva anche quando non c'erano segnali che lo presagissero.
Quando succederà, per favore, mandatemi giù una pioggia di rane rigeneratrice, che riporti un po' di ordine nella surrealtà dell'esistenza. Come in quell'altro film.
Allora ci diranno che non ci sono i presupposti perchè duri un giorno in più e noi, stanchi di combattere, ci arrenderemo. Ci convinceremo che non è mai stato amore. Rimarrà un quaderno rosso dalle pagine spesse, una poesia paternalista, un disco di Chet Baker, delle foto sfuocate in qualche città emiliana, delle pagine di diario scritte fitte in una calligrafia indecifrabile ai più. Un braccialetto, un crocifisso consacrato da esibire al collo. E ci ricorderemo solo dei baci, quelli che si assomigliano in tutte le relazioni. O di quella notte in cui mi avevi trattata male ed io ero partita, con in cuffia un cantautore barbuto e trasandato, per una fuga disperatamente solitaria in bicicletta, fino a perdermi nell'estrema periferia nord di Milano e, umiliata, a svegliarti dal sonno per farmi strada nella nebbia. O delle altre isterie, mancanze, scenate in mezzo alla strada.
Il resto saranno chiacchiere da bar con gli amici di sempre, quelli che quando incombe la tristezza ti offrono un doppio giro di Slalom e che sanno sempre illuderti che quello non sia un periodaccio, finchè ci sono i doppi giri di Slalom offerti dagli amici.
E' un periodaccio - mi dirai- e non voglio darti altro dolore. E' giusto che vada così -risponderò io-, aspettavo solo che tu avessi il coraggio di parlarmene. Così mentiremo entrambi, convinti di farci del bene a vicenda, annacquando la nostra anomalia in un finale simil-drammatico da fiction televisiva di serie B. Non ci chiariremo mai più, poi, perchè ce l'avevano detto tutti che sarebbe finita così e noi, in fondo, lo si presagiva anche quando non c'erano segnali che lo presagissero.
Quando succederà, per favore, mandatemi giù una pioggia di rane rigeneratrice, che riporti un po' di ordine nella surrealtà dell'esistenza. Come in quell'altro film.
domenica 27 gennaio 2013
Certe domeniche.
Ci sono certe domeniche in cui mi chiami presto e ti stupisci di trovarmi già sveglia, tra Gocciole, caffè e il giornale di qualche giorno prima, Radio Popolare che gracchia alle mie spalle. Stai uscendo anche tu a fare colazione e a comprare il giornale; fa freddo dici, nonostante il mercato si sforzi di riscaldare l'aria con il suo agitato vociare e c'è un sole che sembra maggio. C'è un sole che sembriamo quasi felici. E' gennaio, lo studio mi tedia e il lavoro ti tedia, i rapporti con le rispettive famiglie si fanno sempre più distaccati, ho perso il mio anello preferito e tu non hai soldi per ricomprarmelo, eppure sembriamo quasi felici. Alla faccia della crisi, delle manovre finanziarie, dei cassintegrati, degli esodati, di quelli che si dannano per qualche causa giusta ma faticosa, ci concediamo questo lusso. E questo pomeriggio andremo al parco a perdere tempo o a perdere qualche grammo di peso con una corsa. Poi ci guarderemo negli occhi e non sapremo cosa dirci, perchè siamo un po' autistici, un po' timidi, un po' increduli, un po' troppo diversi ed inconciliabili. Allora tu ridi e io mi sento presa per il culo e m'indurisco, ma poi rido anch'io, perchè alcuni momenti sono troppo imponenti per essere spezzati da una paranoia.
Mi chiami presto, certe domeniche, proprio mentre elaboro un principio di volontà di accingermi a studiare e allora mi butto sui libri con uno stoico senso del dovere che non mi appartiene, decisa a finire prima di vederti. Mi metterò quel maglione marrone che ti piace tanto, poi, e ci libereremo di tutti i rancori, i ritmi frenetici, le incomprensioni, i problemi accumulati in settimana, consapevoli entrambi che la tregua avrà durata effimera. Per una volta il presente vince la paura.
Mi chiami presto, certe domeniche, proprio mentre elaboro un principio di volontà di accingermi a studiare e allora mi butto sui libri con uno stoico senso del dovere che non mi appartiene, decisa a finire prima di vederti. Mi metterò quel maglione marrone che ti piace tanto, poi, e ci libereremo di tutti i rancori, i ritmi frenetici, le incomprensioni, i problemi accumulati in settimana, consapevoli entrambi che la tregua avrà durata effimera. Per una volta il presente vince la paura.
domenica 23 dicembre 2012
Normalizzazioni.
Mi chiedono se sto meglio, adesso che mi sono normalizzata. Adesso che ho smesso di litigare con le vecchiette sui tram, che mi capita meno spesso di trovarmi in locali semivuoti a cantare a memoria i pezzi del gruppo di spalla, adesso che ogni tanto sorrido più di una volta al giorno e non ho le scarpe bucate. Si dirà che ero in guerra e mi sono arresa, spalle al muro. Io dico che, più che arrendermi, la mia battaglia l'ho proprio persa: niente tregua, niente armistizio, solo una strage di certezze ed egocentrismi. Perchè a forza di sentirmelo dire, forse mi ero davvero convinta di essere speciale, di avere qualcosa da dire, di avere uno sguardo più lucido del comune sulla realtà: ecco, la scoperta (e l'accettazione) di non avere niente più degli altri mi ha pacificato il cuore in maniera definitiva. Era una guerra invincibile e senza senso dove i mulini a vento erano tutti quegli ostacoli che impedivano alla mia individualità di espandersi. Ero livida, allora, nervosa, mi sentivo incompresa perchè ancora illusa che ci fosse qualcosa di più da comprendere, oltre al visibile, in me e nel resto del mondo. Ingenuità.La spocchia della giovinezza derivata da una pretesa superiorità è uno dei più atroci crimini contro l'umanità di cui andrebbe rimproverato il Signore; il più atroce di tutti è però quella spocchia propria di chi, per il fatto di aver visto un paio di film in bianco e nero più della media, è convinto di saper interpretare meglio gli uomini. Brutta malattia, riscontrabile soprattutto in certi ambienti della sinistra salottiera.
domenica 2 dicembre 2012
Identici e lontanissimi
A volte ti sentivo vicino, quando non eri con me, e compivo ogni gesto sentendo il tuo respiro sulla pelle. Avrei voluto urlarlo, piangerlo, inciderlo su un disco, disegnarlo sulle nuvole di fumo, persino riderlo se l'italiano me l'avesse permesso; avrei voluto racchiuderlo in barattoli, quell'infinito, per poi venderli, sfondarmi di soldi e terminare la mia esistenza su qualche isola sperduta dell'Oceano Pacifico. Vendere l'infinito: mica male, roba da citazione sui libri di Storia.
Eppure non riuscivo. Niente urla, pianti, incisioni, disegni, risate, nè, tantomeno, soldi. Rimanevo così, sdraiata a pancia in su sul letto, a fissare il soffitto. Ti sentivo dentro come un misterioso nuovo organo, aggregazione di cellule morte e resuscitate; gli anticorpi non erano riusciti a bloccare la creazione di quel corpo estraneo ed ora era parte di me. Si contraeva con così tanta pervicacia da non lasciarmi mai indifferente, tanto che il suo pensiero occupava ormai gran parte del mio tempo: mi faceva sorridere, a volte stare male. Sentimento è insieme ampliamento ed annullamento di sè, surreale ed incatalogabile, malgrado gli sforzi, le definizioni date a tavolino, le semplificazioni. Roba densa, totalizzante, vischiosa.
Altre volte, invece, eri lontano e grigio nella tua piccolezza. Meschino come tutti gli esseri umani, meschino come me. Allora urlavo, piangevo, incidevo, disegnavo, ridevo, riuscendo nella complicatissima impresa di esprimere il Vuoto in tutti i modi possibili. E poi mi tornava finalmente l'appetito ed ingurgitavo di tutto pur di riempire lo spazio lasciato libero dalla scomparsa di un organo vitale.
Eppure non riuscivo. Niente urla, pianti, incisioni, disegni, risate, nè, tantomeno, soldi. Rimanevo così, sdraiata a pancia in su sul letto, a fissare il soffitto. Ti sentivo dentro come un misterioso nuovo organo, aggregazione di cellule morte e resuscitate; gli anticorpi non erano riusciti a bloccare la creazione di quel corpo estraneo ed ora era parte di me. Si contraeva con così tanta pervicacia da non lasciarmi mai indifferente, tanto che il suo pensiero occupava ormai gran parte del mio tempo: mi faceva sorridere, a volte stare male. Sentimento è insieme ampliamento ed annullamento di sè, surreale ed incatalogabile, malgrado gli sforzi, le definizioni date a tavolino, le semplificazioni. Roba densa, totalizzante, vischiosa.
Altre volte, invece, eri lontano e grigio nella tua piccolezza. Meschino come tutti gli esseri umani, meschino come me. Allora urlavo, piangevo, incidevo, disegnavo, ridevo, riuscendo nella complicatissima impresa di esprimere il Vuoto in tutti i modi possibili. E poi mi tornava finalmente l'appetito ed ingurgitavo di tutto pur di riempire lo spazio lasciato libero dalla scomparsa di un organo vitale.
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