mercoledì 21 agosto 2013

Intelligentissimi.

Eravamo intelligentissimi, quattro fratelli intelligentissimi. Maestri di retorica e insieme matematici, fisici, chimici, nonchè esperti in letteratura e musica classica, lasciavamo gli adulti a bocca aperta, pronunciando sentenze argute dal basso di occhiali a lenti spesse. Eravamo una squadra vincente, inseparabile.
Se prima ci furono le firme di autografi ai parenti (incorniciate nello studio dai più), poi arrivarono i quiz televisivi, i talk show, la mano al Presidente, la copertina del Time. Eravamo destinati a conquistare il mondo, a dirigere la classe dirigente del futuro; avremmo potuto distruggere o ricostruire tutto ciò che era esistito fino ad allora.
Poi, prima che chiunque tra noi varcasse la soglia dei sedici anni, litigammo. La competizione ci logorò, la paranoia s'impadronì della nostra ragione, sospetti di scorrettezze ci avvelenarono i pensieri. La solitudine divenne il nostro mondo. Cause legali si susseguirono per anni sotto gli occhi voraci dei mezzi di comunicazione, cavalcatori di rancori e tensioni: nessuno ci invitava più in televisione per discutere delle fonti di energia alternative, ma solo per alimentare pettegolezzi e dicerie. I parenti iniziarono, uno ad uno, a togliere i nostri autografi dalle pareti; mio zio me lo rispedì addirittura a casa.
Ormai è qualche anno che non ho notizie di qualcuno dei miei fratelli, anche se spero prima o poi di riconoscerne l'espressione, ancora amareggiata e sconfitta, camminando per strada. Non credo che io avrò mai il coraggio di alzare la cornetta, dopo quello che ho osato fare, dopo quello che hanno osato fare.
Io, da parte mia, ho perso ogni curiosità. Lavoro in un ufficio di collocamento dove le ore passano lente e ordinarie, ideali per dimenticare tutto quello che ho imparato nei primi anni della mia vita. Perchè ora voglio solo dimenticare quella presunzione del sapere che mi ha distrutto. Ho sposato una collega, di cui spero di innamorarmi, prima o poi.
Non credo più di essere intelligentissimo.

martedì 23 luglio 2013

La festa.

Il fatto è che la festa finisce, sempre. Lo sanno tutti. La differenza è tra quelli che per quell'ora, quel giorno, quell'anno in cui si festeggia si dimenticano che la festa ha una scadenza, anche se indefinita, e quelli che invece passano la festa nella malinconia, pensando che quella festa finirà, prima o poi.
Che è come dire la differenza che c'è tra quelli che si godono la vita e quelli che pensano a come fare per forse potersi godere la vita nel caso in cui.
Io, ecco, ho paura di far parte della seconda categoria.

mercoledì 3 luglio 2013

Elogio della non scelta (ossia del luglio sardo di qualche tempo fa)

La mia vita allora era scandita da pranzi interminabili e da sieste altrettanto eterne, con giornate dilatate i cui minuti potevano essere distinti uno ad uno. Allora ogni minuto aveva un nome e una sua dignità, o forse era l'infantile indifferenza nei confronti del tempo, ancora ignara dell'angoscia, a farmelo sembrare eterno. Allora ho imparato che non far niente è l'unico modo per non perdere tempo.
Mai più vista una così ampia scelta di nullafacenza. Lotte con mio fratello, gare di corsa in mare, piste di biglie, pesca di granchi con esche improvvisate, piramidi umane vacillanti, dispetti a mia sorella che avevano come unico obiettivo il suo pianto... Per qualche tempo finii persino nel tunnel del sudoku. Erano i tempi in cui ancora si riusciva a leggere un libro per intero senza aver l'ansia di iniziarne un altro contemporaneamente: sotto l'ombrellone l'unica distrazione accettata era il suggerimento richiesto dalla mamma per un cruciverba (niente avrebbe potuto rendermi più orgogliosa). E si leggevano solo romanzi: le notizie dei giornali le ricevevamo filtrate dalle discussioni dei grandi (con effetti altamente nocivi che ancora si ripercuotono sulle nostre opinioni).
Parlavo poco, già allora; ascoltavo tutto, ricordavo tutto. Ma erano tempi in cui questo non aveva importanza, perchè non c'era nulla da dimostrare; eravamo solo dei bambini il cui unico dovere era finire i compiti e non svegliare i genitori durante il pisolino. Fare i tuffi dalle rocce più alte, se la mamma lo permetteva. Nessuna decisione da prendere che non fosse quale gusto di gelato scegliere, nessun talento da sfruttare o da sprecare. Potevamo permetterci di non scegliere, il che era molto (molto) tranquillizzante.

domenica 12 maggio 2013

Ma l'avete sentita l'ultima...

Il discorso langue. Siamo al secondo e la rassegna sugli ultimi film usciti è già stata ampiamente dibattuta, e così i programmi per le vacanze estive, i pettegolezzi sui vicini di casa e persino le condizioni meteorologiche (immancabilmente pessime). Regna l'imbarazzo a tavola, il disagio s'insinua tra le portate e solo i complimenti sul cibo riescono a celare il silenzio incombente. Ecco che allora un invitato, dal fondo del tavolo, timidamente prende la parola e inizia: "Ma l'avete sentita l'ultima di Berlusconi?", il che significa una sola cosa: salvezza. Un'altra bella serata in compagnia. Il convitto si rianima, grida indignate e liberatorie si levano da ogni parte, il più cauto tra i presenti tiene orazioni infarcite di slogan frutto di anni e anni di letture dei titoli di "Repubblica", i vicini si fomentano a vicenda ricordando episodi che conoscono a memoria e che ripetono uguali da vent'anni (con qualche rubacuore in più, qualche Craxi in meno). L'argomento "Berlusconi" ha un effetto catartico sugli animi dei salottieri di sinistra: è una certezza, l'unica che rimane agli elettori del Pd, tra crisi economiche che nessuno è in grado di spiegare chiaramente e subdoli franchi tiratori, l'unico punto su cui si troveranno sempre d'accordo e che quindi placa le loro coscienze. C'è chi potrebbe elencare l'intera sequenza di processi, condanne e prescrizioni che l'hanno riguardato e chi si limita a deprecare le sue barzellette sulla Bindi, ma di sicuro tutti hanno almeno un motivo per odiare il Silvio e quindi per sentirsi parte di una grande sinistra italiana di cui il Silvio è appunto il collante.
D'Alema ringrazia, Santoro ringrazia, gli invitati ringraziano, soddisfatti del loro fallimento.

mercoledì 1 maggio 2013

Non c'è niente da capire.

Non sempre ciò che non si capisce nasconde grandi verità.
Forse non ti capisco semplicemente perchè, dietro quell'aria scorbutica all'apparenza pensosa, non c'è niente da capire. Nessuna crisi esistenziale, nessun dramma in famiglia, tanto meno guai con la legge: nei tuoi occhi profondi si condensa la noia, il mal di vivere, unita ad una certa supponenza che ti fa osservare gli altri dall'alto di una poco condivisibile superiorità morale. Dici che vai a letto perchè il lavoro ti affatica, ma la realtà è che le giornate sono troppo lunghe e le ore in eccesso ti darebbero troppo tempo per riflettere su te stesso e sul tuo stile di vita. Il tuo ego smisurato ti ha insegnato che mettere in discussione te stesso è inaccettabile; a ogni critica hai risposto spavaldo che tu sei fatto così e ora, intrappolato in questa certezza inattaccabile, non sai a chi dare la colpa per il fallimento della tua esistenza. Ai passanti, di solito, o agli avvocati, ai politici, ai commessi del supermercato: una congiura globale ordita ai tuoi danni. Trovavo divertente, all'inizio, l'insulto libero dedicato ad ogni essere umano sotto tiro, quando credevo che quegli attacchi gratuiti e velenosi fossero indice di un alto spirito critico e non di una frustrazione congenita.
Solo quando dietro alle tue assenze ho colto l'egoismo, dietro ogni tuo gesto un amore per te stesso ingiustificabile (perchè l'amore di sé non è mai giustificabile), solo quando dietro ai tuoi silenzi ho colto un vuoto di pensieri ho realizzato che a volte le cose sono più semplici di come sembrano.

Non ti inorgoglirai più sentendomi dire che sei troppo complicato e faccio fatica a capirti.
Non ti cullerà più il pensiero che quando vorrai stare da solo io ci starò male.
Io starò male, ma tu non lo saprai.

venerdì 26 aprile 2013

Amatori.

E' un periodo in cui cerchi di incastrare i vari pezzi della tua vita e ne esce fuori un puzzle deforme, con pochi buchi e molte sovrapposizioni di bordi; il risultato è un manifesto del neo-astrattismo colorato a pennarelli scarichi. Vorresti avere il mio tempo, vorrei avere i tuoi problemi, di cui parlare con un certo maturo fatalismo; invece tra le mie carte ho solo un cinema, un seminario sui diritti delle donne, un parco soleggiato in cui disquisire su quanto si è in ansia per l'esame di giugno.
Non si può rinunciare a niente, comunque, nemmeno alla corsetta serale o al ritrovo in pizzeria con i compagni delle medie, nemmeno all'avvocato o alla dichiarazione dei redditi. Ogni tanto sono esclusa dal tuo disegno, ogni tanto m'incazzo ogni tanto no. E quando un amico mi offre una birra sei tu che ti incazzi. Silenzi. Allora mi chiami e dici che mi pensi, salvo poi, imbarazzato, pentirti subito del cedimento e concludere con un laconico ciao ci sentiamo domani baci. Ma domani chissà se risponderò o farò finta di non aver visto la chiamata, per poi chiamarti pensando di sottolineare che ero intenta a fare altro, prima, ma probabilmente tu avrai il cellulare spento e io passerò il pomeriggio a interrogarmi sul perchè tu avessi il cellulare spento. Il fatto è che mi sono gettata a capofitto in una stremante partita di scacchi, senza rendermi conto, nonostante le frustranti sconfitte contro mio fratello che hanno segnato la mia infanzia e che avrebbero dovuto ammonirmi a non inoltrarmi in quel campo, di non avere il carattere per competere. E neanche tu ce l'hai: un'agguerrita partita tra amatori, che si sventrerebbero pur di dimostrare la propria resistenza psicologica. Degli amatori, per l'appunto. Degli amanti.

domenica 7 aprile 2013

Le ragazze non piangono mai.

Ragazze salgono in cima alla montagnetta e scrivono sui muretti frasi indelebili che nel giro di qualche anno saranno lavate dalla pioggia, l'interminabile pioggia, e nessuno se ne ricorderà più. Parole di abbandono, sempre uguali da quando hanno tredici anni, perchè l'abbandono non cambia mai e loro sono sempre state abbandonate. E' un rito ormai. Eppure non piangeranno. Ameranno in silenzio, con una coraggiosa ostinazione, e poi smetteranno di farlo, senza tanti proclami o annunci pubblici.
Le ragazze non piangono mai perchè sanno che non c'è dolore con cui non si possa convivere: la disperazione si supera solo quando ci si abitua alla sua presenza subdola.
E quando sarà tempo di biciclette pitturate e corse sui cavalcavia, di vestiti a fiori, Clash, biblioteche e programmi d'esame, allora si accorgeranno che quel coinquilino doloroso, quel pensiero insistente, è ormai quasi un fratello, un elemento insostituibile, un'esperienza con cui confrontarsi in ogni momento della vita. Anche nella gioia, anche il 16 agosto sotto il sole spagnolo, anche quando un'altra persona le costringerà intere serate chiuse in camera a scrivere lettere d'amore. Il comitato degli abbandoni avrà sempre un posticino d'onore nel magma della materia cerebrale, con il compito di giudicare, supervisionare, paragonare. Le ragazze si lasceranno andare di nuovo, sbaglieranno, si illuderanno e saranno di nuovo abbandonate. E sarà la cosa migliore che potrebbe capitare.