I bidelli oggi, con profondo rammarico della comunità, non si chiamano più bidelli ma collaboratori scolastici, eppure non sono cambiati, sempre bidelli sono, cioè, puliscono con la stessa svogliatezza, vengono dalla Calabria, leggono riviste dal dubbio valore culturale e conoscono i pettegolezzi dell'intero istituto scolastico. C'è sempre un prof di storia che allunga le mani sulle studentesse e una supplente di educazione fisica che al suo passaggio fa voltare la testa ai mariti più fedeli, per non parlare di quello che se per caso lo tocchi dopo due giorni muori d'infarto: il bidello lo sa, con tanto di particolari e testimoni.
I bidelli sono Nunzia, Alfia, Beppe, Walter, Sergio, Filomena. Tra loro c'è anche l'assistente tecnico, che, seppur può vantare un grado di responsabilità maggiore e un rapporto con i professori più diretto, rimane sempre un bidello, oltretutto con il privilegio di pause caffè interminabili. Tra l'altro, la sua assistenza tecnica è efficace quanto una martellata sul server.
Quando passo davanti a scuola ne vedo sempre un paio fuori, a prendere una boccata d'aria o a fumare una sigaretta. Le donne tinte da quando hanno vent'anni, gli uomini stempiati da quando ne hanno diciotto. Mi prende una certa allegria, anche se alcuni ai tempi non erano del mio piano e li vedevo solo saltuariamente, anche se, maledetti, neanche si ricordano il mio nome. Ma pressate ancora per le sedie sui banchi? E per le scritte con il bianchetto? La Gualtieri zoppica ancora? E l'Inter come sta andando? (mi sbilancio, ma Sergio si entusiasma e si lancia in tecnicismi calcistici che mi pento di aver stimolato).
I bidelli fanno i bidelli da tutta la vita e hanno un rapporto di odio/amore con il suddetto mestiere che Catullo: lasciastare. Più di amore, credo.
lunedì 16 settembre 2013
domenica 15 settembre 2013
Torchio.
Qualche mese fa mi chiamavi, mi parlavi due minuti e riattaccavi, io tornavo a guardare il mio libro di fisica 2, prima di rendermi conto di non riuscire a leggerlo; allora lo chiudevo e sdraiata sul letto, occhi spalancati, pensavo a quanto sarebbe stato catartico vederti scoppiare la testa in un torchio.
Ormai il libro di fisica 2 l'ho venduto al Libraccio per 3 euro, non desidero più un tuo decesso violento, ma solo la tua momentanea e pacifica dipartita da un parco Sempione già fin troppo gremito e rumoroso perchè il tuo ingombro di suolo pubblico possa risultare gradito. Apro il mio libro verde come dichiarazione di tregua armata, di cessato discorso, di nonhopiùparole, di sono sfibrata, di faccio come se tu non esistessi. Eppure esisti, e perdipiù non la pianti di toccacciarmi i capelli e di cominciare nuove aride conversazioni, che finiscono inevitabilmente per scontrarsi contro il muro della mia insofferenza. Che libro vuoi che sia? E' un libro verde. Bello, molto bello. E mia zia sta bene e anche lo zio e cucinano ancora delle strepitose parmigiane di melanzane. Cos'ho? Niente. Non sto pensando proprio a niente. Cerco di leggere e sì, forse è meglio che te ne vai se devi continuare a parlare.
Te ne vai. E allora rimango lì, sdraiata sull'erba, occhi spalancati, rendendomi conto di non riuscire a leggere il mio bel libro verde. So che in quel momento stai pensando a come sarebbe estatico guardare la mia testa esplodere in un arcobaleno rosso, frantumata da un torchio.
A differenza della mia però, so che la tua potrebbe non essere solo una fantasia.
Ormai il libro di fisica 2 l'ho venduto al Libraccio per 3 euro, non desidero più un tuo decesso violento, ma solo la tua momentanea e pacifica dipartita da un parco Sempione già fin troppo gremito e rumoroso perchè il tuo ingombro di suolo pubblico possa risultare gradito. Apro il mio libro verde come dichiarazione di tregua armata, di cessato discorso, di nonhopiùparole, di sono sfibrata, di faccio come se tu non esistessi. Eppure esisti, e perdipiù non la pianti di toccacciarmi i capelli e di cominciare nuove aride conversazioni, che finiscono inevitabilmente per scontrarsi contro il muro della mia insofferenza. Che libro vuoi che sia? E' un libro verde. Bello, molto bello. E mia zia sta bene e anche lo zio e cucinano ancora delle strepitose parmigiane di melanzane. Cos'ho? Niente. Non sto pensando proprio a niente. Cerco di leggere e sì, forse è meglio che te ne vai se devi continuare a parlare.
Te ne vai. E allora rimango lì, sdraiata sull'erba, occhi spalancati, rendendomi conto di non riuscire a leggere il mio bel libro verde. So che in quel momento stai pensando a come sarebbe estatico guardare la mia testa esplodere in un arcobaleno rosso, frantumata da un torchio.
A differenza della mia però, so che la tua potrebbe non essere solo una fantasia.
venerdì 30 agosto 2013
Avrei voluto tornare presto.
Avevo promesso che sarei tornata presto, poi sui gradini della chiesa ho incontrato un'amica che mi aspettava da un pezzo con una bottiglia di vino in mano e un pacchetto di patatine del discount. Quando ho provato a dire che ho promesso che torno presto lei ha fatto per offendersi e io proprio non volevo si offendesse, quindi ho legato la bicicletta le ho dato un bacio e mi sono seduta anch'io. Le ho detto che per Resistere non è importante agire bene quanto non fare cazzate e credo anche di essermi sentita piuttosto acuta per aver pronunciato questa massima. Non andare a un concerto di Jovanotti, tipo, o non guardare Striscia la Notizia o non buttare rifiuti per strada o non comprare prodotti israeliani: la passività è la sola salvezza ho poi aggiunto (e capirete a che livelli era ormai la mia autostima), il che, a posteriori, sembra proprio un tentativo di giustificarsi mal riuscito. Al che, la mia amica, a cui non la si dà a bere tanto facilmente, mi ha chiesto se fossi ubriaca e io, beh, dico, mi ero appena alzata dal tavolo in effetti. Ma ubriaca no, dai, era un insulto. Nei miei ricordi mi vedo alzarmi e fare quel giochino di basilare equilibrismo che avrebbe dovuto dimostrare la mia perfetta sobrietà, ovvero ginocchio destro alzato e due spanne che lo uniscono al naso: riesce benissimo, dato l'intenso allenamento che ormai mi permette di farlo anche nelle peggio situazioni.
Continuavo a dirmi che sarei tornata presto, che l'avevo promesso, ma nel frattempo arrivavano delle persone che volevano essere intrattenute con la mia teoria della Resistenza, che di minuto in minuto guadagnava proseliti, e io di certo non potevo rifiutarmi di fronte ad un così grande interesse. Sai, il non leggere la Mazzantini, il non insultare il vicino di casa per noia, il non costruire armi di distruzione di massa. Ho parlato anche con alcuni livornesi con il telefono di qualcuno, si chiamavano Fabio e Manuele (forse), con un tono di voce che eufemisticamente potrei definire alto. Poi mi sono accorta che la mia amica era sparita, forse era in chiesa, e che purtroppo anche quella sera non ero riuscita a tornare presto. Ma anche se non era presto sono tornata a casa, ad un certo punto, ed entrando in camera non ho fatto rumore per non svegliare nessuno, perchè anche questo rientra nella pratica della Resistenza passiva.
Continuavo a dirmi che sarei tornata presto, che l'avevo promesso, ma nel frattempo arrivavano delle persone che volevano essere intrattenute con la mia teoria della Resistenza, che di minuto in minuto guadagnava proseliti, e io di certo non potevo rifiutarmi di fronte ad un così grande interesse. Sai, il non leggere la Mazzantini, il non insultare il vicino di casa per noia, il non costruire armi di distruzione di massa. Ho parlato anche con alcuni livornesi con il telefono di qualcuno, si chiamavano Fabio e Manuele (forse), con un tono di voce che eufemisticamente potrei definire alto. Poi mi sono accorta che la mia amica era sparita, forse era in chiesa, e che purtroppo anche quella sera non ero riuscita a tornare presto. Ma anche se non era presto sono tornata a casa, ad un certo punto, ed entrando in camera non ho fatto rumore per non svegliare nessuno, perchè anche questo rientra nella pratica della Resistenza passiva.
sabato 24 agosto 2013
Attese.
Diceva esco a fumare una sigaretta e scompariva per delle ore.
Non c'era traccia nel cortiletto di casa mia, eppure ero sicura che non avesse aperto il cancello. Nascosto da qualche parte, tra un oleandro o un albicocco o un vaso, in quei cinque metri quadri di foresta pluviale che ci separavano dalla civiltà metropolitana. Nel frattempo scoppiavano temporali, cessavano altri temporali, sotto un cielo incerto e pigro che asciugava facilmente le risibili pozzanghere che si formavano sul vialetto tra le crepe del selciato; si faceva buio e io sempre lì, seduta sul tavolo bianco della cucina, con gli occhi fissi al di là della finestra. Di tanto in tanto mi addormentavo, mantenendo la stessa posizione, per poi svegliarmi di scatto, rimproverandomi per le mie scarse capacità di sorveglianza. Non avrei potuto fare altro che stare immobile ad aspettarlo, nient'altro aveva senso. Solitamente si tende a credere che è impossibile non pensare a niente: io ero la prova vivente che è invece possibile, anzi talvolta è l'unica alternativa. Ero un vegetale, priva di una qualsiasi vita interiore, essere creato al solo scopo di aspettarlo.
Poi, così com'era scomparso, riappariva e bussava alla porta-finestra. Ma mi hai chiuso fuori?!? Sorrideva con quei suoi dentini perfetti. Cosa ci prepariamo stasera? Ho una fame...
Qual era il suo trucco? Non glielo chiesi mai, non lo capii mai. Finii per considerarlo normale e ad abituarmi a quelle pause dalla mia esistenza, buchi neri senza memoria.
Sorridevo anch'io allora, sollevata. Riprendevo possesso del mio pensiero e, mentre lo sentivo intento nella cucina, cominciavo a leggere a suonare a scrivere, inconsciamente ansiosa di recuperare il tempo inattivo. Per qualche insidiosa controindicazione del relativismo, ero convinta che non avrei potuto essere più felice.
Non c'era traccia nel cortiletto di casa mia, eppure ero sicura che non avesse aperto il cancello. Nascosto da qualche parte, tra un oleandro o un albicocco o un vaso, in quei cinque metri quadri di foresta pluviale che ci separavano dalla civiltà metropolitana. Nel frattempo scoppiavano temporali, cessavano altri temporali, sotto un cielo incerto e pigro che asciugava facilmente le risibili pozzanghere che si formavano sul vialetto tra le crepe del selciato; si faceva buio e io sempre lì, seduta sul tavolo bianco della cucina, con gli occhi fissi al di là della finestra. Di tanto in tanto mi addormentavo, mantenendo la stessa posizione, per poi svegliarmi di scatto, rimproverandomi per le mie scarse capacità di sorveglianza. Non avrei potuto fare altro che stare immobile ad aspettarlo, nient'altro aveva senso. Solitamente si tende a credere che è impossibile non pensare a niente: io ero la prova vivente che è invece possibile, anzi talvolta è l'unica alternativa. Ero un vegetale, priva di una qualsiasi vita interiore, essere creato al solo scopo di aspettarlo.
Poi, così com'era scomparso, riappariva e bussava alla porta-finestra. Ma mi hai chiuso fuori?!? Sorrideva con quei suoi dentini perfetti. Cosa ci prepariamo stasera? Ho una fame...
Qual era il suo trucco? Non glielo chiesi mai, non lo capii mai. Finii per considerarlo normale e ad abituarmi a quelle pause dalla mia esistenza, buchi neri senza memoria.
Sorridevo anch'io allora, sollevata. Riprendevo possesso del mio pensiero e, mentre lo sentivo intento nella cucina, cominciavo a leggere a suonare a scrivere, inconsciamente ansiosa di recuperare il tempo inattivo. Per qualche insidiosa controindicazione del relativismo, ero convinta che non avrei potuto essere più felice.
mercoledì 21 agosto 2013
Intelligentissimi.
Eravamo intelligentissimi, quattro fratelli intelligentissimi. Maestri di retorica e insieme matematici, fisici, chimici, nonchè esperti in letteratura e musica classica, lasciavamo gli adulti a bocca aperta, pronunciando sentenze argute dal basso di occhiali a lenti spesse. Eravamo una squadra vincente, inseparabile.
Se prima ci furono le firme di autografi ai parenti (incorniciate nello studio dai più), poi arrivarono i quiz televisivi, i talk show, la mano al Presidente, la copertina del Time. Eravamo destinati a conquistare il mondo, a dirigere la classe dirigente del futuro; avremmo potuto distruggere o ricostruire tutto ciò che era esistito fino ad allora.
Poi, prima che chiunque tra noi varcasse la soglia dei sedici anni, litigammo. La competizione ci logorò, la paranoia s'impadronì della nostra ragione, sospetti di scorrettezze ci avvelenarono i pensieri. La solitudine divenne il nostro mondo. Cause legali si susseguirono per anni sotto gli occhi voraci dei mezzi di comunicazione, cavalcatori di rancori e tensioni: nessuno ci invitava più in televisione per discutere delle fonti di energia alternative, ma solo per alimentare pettegolezzi e dicerie. I parenti iniziarono, uno ad uno, a togliere i nostri autografi dalle pareti; mio zio me lo rispedì addirittura a casa.
Ormai è qualche anno che non ho notizie di qualcuno dei miei fratelli, anche se spero prima o poi di riconoscerne l'espressione, ancora amareggiata e sconfitta, camminando per strada. Non credo che io avrò mai il coraggio di alzare la cornetta, dopo quello che ho osato fare, dopo quello che hanno osato fare.
Io, da parte mia, ho perso ogni curiosità. Lavoro in un ufficio di collocamento dove le ore passano lente e ordinarie, ideali per dimenticare tutto quello che ho imparato nei primi anni della mia vita. Perchè ora voglio solo dimenticare quella presunzione del sapere che mi ha distrutto. Ho sposato una collega, di cui spero di innamorarmi, prima o poi.
Non credo più di essere intelligentissimo.
Se prima ci furono le firme di autografi ai parenti (incorniciate nello studio dai più), poi arrivarono i quiz televisivi, i talk show, la mano al Presidente, la copertina del Time. Eravamo destinati a conquistare il mondo, a dirigere la classe dirigente del futuro; avremmo potuto distruggere o ricostruire tutto ciò che era esistito fino ad allora.
Poi, prima che chiunque tra noi varcasse la soglia dei sedici anni, litigammo. La competizione ci logorò, la paranoia s'impadronì della nostra ragione, sospetti di scorrettezze ci avvelenarono i pensieri. La solitudine divenne il nostro mondo. Cause legali si susseguirono per anni sotto gli occhi voraci dei mezzi di comunicazione, cavalcatori di rancori e tensioni: nessuno ci invitava più in televisione per discutere delle fonti di energia alternative, ma solo per alimentare pettegolezzi e dicerie. I parenti iniziarono, uno ad uno, a togliere i nostri autografi dalle pareti; mio zio me lo rispedì addirittura a casa.
Ormai è qualche anno che non ho notizie di qualcuno dei miei fratelli, anche se spero prima o poi di riconoscerne l'espressione, ancora amareggiata e sconfitta, camminando per strada. Non credo che io avrò mai il coraggio di alzare la cornetta, dopo quello che ho osato fare, dopo quello che hanno osato fare.
Io, da parte mia, ho perso ogni curiosità. Lavoro in un ufficio di collocamento dove le ore passano lente e ordinarie, ideali per dimenticare tutto quello che ho imparato nei primi anni della mia vita. Perchè ora voglio solo dimenticare quella presunzione del sapere che mi ha distrutto. Ho sposato una collega, di cui spero di innamorarmi, prima o poi.
Non credo più di essere intelligentissimo.
martedì 23 luglio 2013
La festa.
Il fatto è che la festa finisce, sempre. Lo sanno tutti. La differenza è tra quelli che per quell'ora, quel giorno, quell'anno in cui si festeggia si dimenticano che la festa ha una scadenza, anche se indefinita, e quelli che invece passano la festa nella malinconia, pensando che quella festa finirà, prima o poi.
Che è come dire la differenza che c'è tra quelli che si godono la vita e quelli che pensano a come fare per forse potersi godere la vita nel caso in cui.
Io, ecco, ho paura di far parte della seconda categoria.
Che è come dire la differenza che c'è tra quelli che si godono la vita e quelli che pensano a come fare per forse potersi godere la vita nel caso in cui.
Io, ecco, ho paura di far parte della seconda categoria.
mercoledì 3 luglio 2013
Elogio della non scelta (ossia del luglio sardo di qualche tempo fa)
La mia vita allora era scandita da pranzi interminabili e da sieste altrettanto eterne, con giornate dilatate i cui minuti potevano essere distinti uno ad uno. Allora ogni minuto aveva un nome e una sua dignità, o forse era l'infantile indifferenza nei confronti del tempo, ancora ignara dell'angoscia, a farmelo sembrare eterno. Allora ho imparato che non far niente è l'unico modo per non perdere tempo.
Mai più vista una così ampia scelta di nullafacenza. Lotte con mio fratello, gare di corsa in mare, piste di biglie, pesca di granchi con esche improvvisate, piramidi umane vacillanti, dispetti a mia sorella che avevano come unico obiettivo il suo pianto... Per qualche tempo finii persino nel tunnel del sudoku. Erano i tempi in cui ancora si riusciva a leggere un libro per intero senza aver l'ansia di iniziarne un altro contemporaneamente: sotto l'ombrellone l'unica distrazione accettata era il suggerimento richiesto dalla mamma per un cruciverba (niente avrebbe potuto rendermi più orgogliosa). E si leggevano solo romanzi: le notizie dei giornali le ricevevamo filtrate dalle discussioni dei grandi (con effetti altamente nocivi che ancora si ripercuotono sulle nostre opinioni).
Parlavo poco, già allora; ascoltavo tutto, ricordavo tutto. Ma erano tempi in cui questo non aveva importanza, perchè non c'era nulla da dimostrare; eravamo solo dei bambini il cui unico dovere era finire i compiti e non svegliare i genitori durante il pisolino. Fare i tuffi dalle rocce più alte, se la mamma lo permetteva. Nessuna decisione da prendere che non fosse quale gusto di gelato scegliere, nessun talento da sfruttare o da sprecare. Potevamo permetterci di non scegliere, il che era molto (molto) tranquillizzante.
Mai più vista una così ampia scelta di nullafacenza. Lotte con mio fratello, gare di corsa in mare, piste di biglie, pesca di granchi con esche improvvisate, piramidi umane vacillanti, dispetti a mia sorella che avevano come unico obiettivo il suo pianto... Per qualche tempo finii persino nel tunnel del sudoku. Erano i tempi in cui ancora si riusciva a leggere un libro per intero senza aver l'ansia di iniziarne un altro contemporaneamente: sotto l'ombrellone l'unica distrazione accettata era il suggerimento richiesto dalla mamma per un cruciverba (niente avrebbe potuto rendermi più orgogliosa). E si leggevano solo romanzi: le notizie dei giornali le ricevevamo filtrate dalle discussioni dei grandi (con effetti altamente nocivi che ancora si ripercuotono sulle nostre opinioni).
Parlavo poco, già allora; ascoltavo tutto, ricordavo tutto. Ma erano tempi in cui questo non aveva importanza, perchè non c'era nulla da dimostrare; eravamo solo dei bambini il cui unico dovere era finire i compiti e non svegliare i genitori durante il pisolino. Fare i tuffi dalle rocce più alte, se la mamma lo permetteva. Nessuna decisione da prendere che non fosse quale gusto di gelato scegliere, nessun talento da sfruttare o da sprecare. Potevamo permetterci di non scegliere, il che era molto (molto) tranquillizzante.
Iscriviti a:
Post (Atom)