venerdì 6 dicembre 2013

Capirmi.

Si fa un passo in avanti, dieci indietro, undici in avanti e alla fine si è sempre lì, in quel punto di equilibrio e consapevolezza individuale che non ci si scolla mai di dosso.
Al momento, credo di essere nella fase diecipassindietro. In particolare sono arrivata a quella conclusione infantile già confutata da tempo per cui il mondo - inteso come amalgama, indefinibile ma ben definito nella coscienza di ognuno, di esseri viventi beni mobili e immobili schermi neri condizioni atmosferiche - non mi capisce. E nemmeno si sforza di capirmi. La mia amica non s'impegna minimamente per capirmi e nemmeno la mia scarpa o il libro che sto leggendo. Ci vorrebbe del tempo, per capirmi, invece hanno sempre tutti da fare.
Io non parlo, ho smesso di parlare da tempo (unico rimasuglio dei brillanti risultati raggiunti qualche casella più avanti), e a nessuno importa. Nessuno se n'è accorto che ho smesso di parlare.
Ho detto a mio fratello che sono anni che non mi chiede come sto. Lui mi ha guardata, ha guardato la mamma, poi si è messo il cappotto e ha detto che andava in palestra. Se me l'avesse chiesto, come stavo, io gli avrei risposto che stavo bene senza troppa convinzione; e allora sì che mio fratello avrebbe potuto indagare, cercando di capire cosa c'era che non andava. Troppo facile se l'avessi esplicitato io. Uno ci dovrà pur mettere un po' di impegno per capirmi.
La globalità dell'esistente è in debito con me, per non aver mai cercato di capirmi. E che poi non ci sia niente da capire è un altro discorso, del tutto irrilevante. Ma lo sforzo, almeno quello, mi è dovuto.

domenica 17 novembre 2013

Niente paura.

Da questo momento in poi tieni a mente che ogni anno dovrai rinunciare a qualcosa. Inizierai con le gite familiari fuori porta e con i concerti a centinaia di chilometri di distanza, poi arriverà il momento della cineteca, del festival di letteratura, della cena con gli amici, della pausa di riflessione. Ci sarà un momento in cui potrai permetterti solo una doccia alla settimana. Della corsa serale non avrai più bisogno perchè la corsa sarà perpetua ed interminabile.
Ora ti sembra che non potrai sopravvivere in queste condizioni, che riuscirai a trovare tempo per le cose che adesso ti sembrano irrinunciabili. Non riuscirai. Ma niente paura, ti abituerai a tutto.

martedì 5 novembre 2013

Dieci libri.

Dieci libri possono bastare. Scelti bene, sia chiaro. Scelti tra quella lista dei mille libri che contano qualcosa. Dieci libri che ti spendi bene in ogni situazione, che citi a memoria e a cui nelle discussioni fai ricondurre le radici di tutta la letteratura mondiale, lasciando intuire che, comunque, questa suddetta letteratura, l'hai esplorata a fondo. Guarda, per me dopo Il nome della rosa in Italia s'è scritto poco altro di davvero dirompente.
Dieci libri sono sufficienti perchè ti passi la voglia di addentrarti troppo in quel mondo di scrittori. Perchè quelle paranoie, quei sensi di colpa e i vittimismi e il continuo piangersi addosso e l'esistenzialismo da due soldi, quella è roba che non esiste, roba che la gente sana non ha mai provato sulla propria pelle. Sono migliaia di anni, poi, che questi s'ingobbiscono e si rovinano la salute per dare prova dei loro disagi. Che poi, detto tra noi, raccontano tutti la stessa cosa. Un corale inno all'infelicità.
Le librerie chiudono, i libri finiscono nei cassonetti perchè la gente non sa più che farsene. C'è il cinema, per Dio, c'è la televisione, c'è Internet. Ma questi, imperterriti, continuano a scrivere.
Tuttavia non si può far finta che i libri non esistano: purtroppo ci sono e qualcuno bisognerà pur leggerselo. Quindi sì, direi dieci libri. Uno all'anno e in dieci anni ti sei tolto il pensiero. Non che abbia qualche importanza eh, è solo una faccenda così, puramente folkloristica. Per darti un tono, niente di più.

domenica 3 novembre 2013

Leggi un po' anche per me.

Era sul terrazzo e parlava animatamente al telefono.
F. era in cucina a sparecchiare, a lavare i piatti, a pulire i fornelli.
Una luce grigia filtrava dalle tende semi-chiuse. F. alzò il volume della radio per non sentire la conversazione che avveniva ad un corridoio di distanza da lei. Una triste e rassegnata rabbia si impadronì del suo stomaco.
Finiva sempre così, pensava F. Finiva che passavano l'intera settimana a programmare quei weekend insieme, a fare la lista delle cose che avrebbero fatto, a immaginare i vestiti che avrebbero messo, e poi c'era sempre un impegno improvviso che sopravveniva.
C'era qualche pretesa del datore di lavoro, c'erano le liti familiari da sedare tempestivamente, il televisore da riparare, poi il sonno, la noia, l'indolenza. E poi c'era chissà cos'altro, che F. non conosceva...
Tornò in cucina. Devo scappare disse, torno tra poco. Le stampò un bacio sulla fronte e si piegò ad allacciarsi le scarpe.
Avevano dormito insieme quella notte, sotto lenzuola rosa e coperte calde; era stato bello come sempre. Si erano alzati giusto un paio di volte per un bicchiere d'acqua, non avevano sentito freddo e si erano svegliati dodici ore dopo, ristorati come bambini. Ora però, sembrava che quella sottile e quasi impercettibile gioia non fosse mai esistita. Mentre lui si infilava il cappotto, nel suo intimo F. sperava che per una volta cambiasse idea e rimanesse a casa con lei, sperava che intuisse la sua inquietudine. Era pronta a perdonargli la sua ennesima indelicatezza. Ma quello, figurarsi, quello da solo non si accorgeva mai di nulla.
L'ennesima delusione, poi quel rancore silenzioso, riscattato penosamente da ogni nuova promessa.
Aprendo la porta lui le sorrise con dolcezza e le sussurrò in un orecchio leggi un po' anche per me questo pomeriggio!

mercoledì 23 ottobre 2013

Ricominciare da capo.

Il punto più alto di Milano (tolti i palazzoni di vetro che di tanto in tanto sbucano) fa fatica ad arrivare ai 50 metri. Mi piacerebbe dire che dall'alto si vede tutta la città, ma in giornate come queste (tutt'altro che rare) si distinguono appena le case popolari verso il Gallaratese e, dall'altra parte, quello splendore architettonico che è l'Iper Portello. Ecco, oggi è una di quelle giornate in cui se fossi stata bocciata potrei facilmente trovarmi a fare una corsa campestre all'Idroscalo. E a invidiare i miei compagni di classe curvi sugli appunti. Perchè le corse campestri le organizzano solo in giornate in cui la nebbia è quasi solida, quando sta per piovere, te lo senti proprio, ma finisce che non piove mai, e sulla linea di partenza le altre (con tanto di scritta in fronte tesserata Fidal) sgomitano e la frase chi me l'ha fatto fare si ripete come un mantra nella testa, tanto da acquistare la dignitosa autonomia di motivetto cantabile.
E oggi è una di quelle giornate lì, l'apocalisse è vicina e io vado a correre, perchè non mi viene in mente nient'altro da fare. Non c'è un'anima, devono essere tutti all'Idroscalo. Solo cani e accompagnatrici zitelle di cani intralciano l'andatura acciaccata.
Poi nel mio campo visivo compare questa coppia di quarantenni brutti e goffi, i pantaloni a coste sporchi di fango e le giacche a vento fino al ginocchio. Lei si piega per fare una foto a una foglia caduta a terra e gliela mostra soddisfatta, lui la abbraccia da dietro e le dà un bacio dietro l'orecchio, sempre in questo modo impacciato e fantozziano. Penso che forse è per loro quel periodo in cui anche le foglie colorate a terra hanno un che di romantico e dolce, quel periodo in cui anche un certo tipo di quarantenni possono illudersi di poter ricominciare da capo (ma cosa, poi?).
E sono usciti prima dall'ufficio per questa gita fuori porta. Lui le avrà fatto una proposta spiritosa, tipo "Oggi ti porto a raccogliere i funghi" e lei, trasognata, "Perchè non le conchiglie?".
Ma è solo un attimo, poi sono già dietro di me. Non riesco a capire se quello che sento sia un timido fremito di gioia o un buco nero di sofferenza.
Quando ripasso se ne sono già andati.

domenica 20 ottobre 2013

Princìpi di

Presente quelle persone che quando le incontri tempestano di domande il proprio interlocutore?
Ecco, io sono una di quelle persone. E il bello è che l'interesse che provo per le avventure sentimentali del monologante che siede di fronte a me, per le sue sbronze storiche, per i suoi aneddoti liceali, per il suo prof balbuziente di microeconomia, per il premio vinto dal suo amico scrittore, ecco, quell'interesse è praticamente pari a quello che provo di fronte all'estinzione dei panda o all'ultima dichiarazione della Carfagna. Nel mio intimo però, con una certa dose di masochismo, spero che l'entusiasmo del mio compare, la sua riserva di parole, non finisca mai, affinchè non si arrivi alla temutissima domanda: "E tu come stai?" o, ancora peggio, "Cosa mi racconti tu?".
Io, boh, la verità è che non ho mai niente da raccontare. O meglio, niente di così eclatante da meritare un racconto dettagliato. In effetti, anche i miei interlocutori potrebbero fare questo ragionamento, eppure non lo fanno. E meno male. C'è bisogno di persone che riempiano il silenzio.
Finisce che rispondo che sto bene, tutto regolare, e poi mi butto su qualche pettegolezzo.
A volte me la cavo intervenendo nel suddetto monologo con qualche commento sorpreso o sarcastico. Magari con qualche consiglio, una consolazione, un complimento. Funziona molto bene con i narcisi.
Potrei anche sembrare una persona socievole ed estroversa, basta che non mi facciano parlare per più di due minuti consecutivi.
In verità, ecco, credo di avere un principio di autismo.
Il sollievo che mi dà il restare di nuovo sola giustifica la fatica del colloquio. Talvolta serve che qualcuno mi ricordi quanto sia piacevole il chiudersi in se stessi.

E poi è piacevole anche quando neanche l'altro ha niente da raccontare. Ci si guarda negli occhi sorridendo o non ci si guarda proprio. Io la smetto con le domande. E mi sento a mio agio come se fossi sola, ma molto meglio.

lunedì 23 settembre 2013

Va tutto bene.

Come vorrei venirti incontro alla stazione. Che prima ti aspetto con trepidazione, arrivo in anticipo al binario perchè per una volta non voglio arrivare tutta trafelata e sudata e magari il treno arriva in anticipo e non vorrei che tu non mi trovassi, invece è in ritardo e io non so come passare questi dieci minuti che mi separano da te, ho il giornale in mano ma non riesco a leggere, allora riguardo gli orari, poi faccio su e giù per la banchina e finisce che anche questa volta ti abbraccerò tutta sudata. Compro un ombrello, che può sempre piovere. E infine il treno arriva, ti vedo scendere e ti corro incontro (così, per sudare ancora un po' e non deludere le tue aspettative). Ed è davvero bello come pensavo venirti a prendere in stazione, niente a che vedere con il citofono, lo squillo, il clacson sotto casa.
E quindi, dicevo, vorrei venirti incontro alla stazione alle 10 di mattina, quando i pendolari sono già al lavoro da un pezzo e il gelo quello doloroso ha lasciato il posto a un freddo pungente e quasi piacevole, dolce. Un tè caldo che hai mal di gola, ti avvolgo la mia sciarpa, un abbraccio lungo fino a che mi fanno male le braccia e ti rimprovero, con quella stupida aria da finto-offesi che hanno certi animali baciati dalla felicità e che solo dei loro simili possono guardare con benevolenza.
Ti verrei incontro alla stazione con un paio di jeans nuovi e con quel solito paio di scarpe di cuoio che ho aspettato tutta l'estate per poter rimettere.
Un giorno di festa, le mani coperte dai guanti, il respiro faticoso, la pelle avvizzita. E poi quella voce interiore che accompagna ogni gesto, che copre ogni pensiero: va tutto bene, va tutto bene. Va tutto bene.