giovedì 19 aprile 2012

Meteoropatia.

Sintomi: stanchezza, misantropia, mal di testa, depressione, istinti omicidi, nervosismo, insonnia.
Pioggia e cielo fosco mandano in coma le endorfine, i nervi si gonfiano, le unghie si sbriciolano umide.
Ho iniziato a guardare il meteo con un'ansia senile, da quando mi sono resa conto che nella maggior parte dei casi la causa del mio malessere non risiede in me, ma in questa città di merda nata con l'ombrello, grigia triste piovosa. Allora preferisco saperlo prima quando sarò intollerante (e intollerabile), quando non potrò fare a meno di trattare con sufficienza qualsiasi essere umano mi rivolga parola (non tralasciando di accanirmi contro la mia, di persona), così da poter avvertire i conoscenti, non compromettendo fantastici rapporti che si consumano sotto il sole: "Ok, da adesso fino alla fine di questa tornata di emergenza maltempo non rispondo delle mie azioni nè delle mie parole. Se mi capiterà di dirti che il racconto a cui ti sei dedicato tutta la stagione è mediocre, non lo penso veramente, e lo stesso vale se ti dirò che sei ingrassato o che tua madre si veste da puttana o che non ti saresti meritato di vincere quella partita".
Non lo penso veramente, solo mi viene un'irrefrenabile voglia di far male alle persone e un'irrefrenabile sintonia con certi concetti simil-nichilisti. E' così miserabile, poi, che il seme della mia cattiveria abbia terreno fertile solo in determinate condizioni atmosferiche, in balia di una Natura così ingombrante.
Ecco, io questo disturbo l'ho interpretato come meteoropatia. Forse non è il termine adatto ma, in mancanza di una diagnosi più accurata, mi accontenterò di questo.

mercoledì 18 aprile 2012

Padania.

Tu puoi quasi averlo, sai, ma non ricordi cos'è che vuoi.


Un cancello aperto sul Nulla e un vialetto di cemento scavato nella neve grigia.
Tutto qui: abbastanza, per una terra di nessuno, una terra che non esiste.
Il Nulla su cui è affacciato il cancello si sta mangiando tutto, come in quel libro che leggevo da piccola, dove per salvare il mondo dall'espandersi del Nulla un bambino incredibilmente coraggioso affronta 380 pagine di avventure. Ma da queste parti niente eroi o draghi che sputano fuoco o indovinelli da risolvere o bacchette magiche. Qui vengono fagocitati campi di grano e balle di fieno, treni anonimi che portano addii tristi e sussurrati correndo su cavalcavia pericolanti, bordi di autostrade, casolari in pietra abbandonati monumenti della contemporaneità, rimborsi elettorali nelle sezioni di partito. Ogni cosa si lascia morire nell'indifferenza, nell'apatia, sotto una pioggia leggera e costante. Gli anziani animatori del bar sotto casa ormai al binomio cicchetto-briscola preferiscono La Vita in Diretta seduti sul proprio divano. E anche il derby è più comodo vederlo su Sky, in uno stato di semi-assopimento.
Nell'area più produttiva d'Italia hanno smesso tutti di lavorare, tra un operaio in cassa integrazione e un imprenditore che si spara in testa. E intanto c'è chi ha ancora la forza di sputare odio da palchi verdi, di pulirsi la coscienza facendo nuove promesse, adducendo scuse, armandosi di retorica. Per quanto la fine, di questa Padania, sia vicina, è impossibile intuire un nuovo inizio, un punto fermo da cui ripartire. 
Restano le ferite sottocutanee, lo smarrimento, i solchi sull'asfalto che la nostra nebbia bassa e odorosa non può rimarginare.

giovedì 22 marzo 2012

La gita scolastica.

Voglio bruciare a Madrid.
Sotto il sole grezzo e pulito di una giornata di marzo, quando, appena usciti da un museo, ci perdiamo nelle stradine vuote e accaldate, tra panni appesi ai balconi, scarpe appese ai fili della luce, fruttivendoli improvvisati che si riparano all'ombra degli alberi. Sono le nostre ore libere tra una collezione d'arte e l'altra, tra la visita ad una chiesa e il treno per Toledo. Le dosi di caffeina annacquate lentamente tramortiscono le ore insonni e cancellano il sapore della brodaglia che l'albergo spaccia per espresso: verso le tre di pomeriggio possiamo dichiararci ufficialmente svegli.
Le canzoni urlate, i neologismi, i vestiti prestati, le nuove scarpe, i cappelli di paglia, gli indovinelli rimasti irrisolti, gli occhiali da sole colorati, le litigate, i portafogli rubati, le irruzioni in camera: i particolari catturano la vitalità, i respiri del tempo.
Quando siamo in treno i quaranta minuti di viaggio lasciano il tempo di assopirsi per pochi secondi, cullati dalla voce di qualche cantante country degli anni 70 e dalla campagna brulla che sfila dietro il finestrino appena lasciato il barrio più periferico della città. A destarci dal torpore è una voce surreale che ci informa di essere giunti al destino.
Spagna che cammina lenta e gaudente, si ferma al bar e ordina un secchio di 5 cervezas 3 euros. Spagna che è possibile vederti tutta dalla terrazza di Parque de la Montana, quando il sole calante disegna ombre arancioni e il vecchio sassofonista dalla camicia di jeans logora canta la languida Malinconia. La vita si ferma, si siede in contemplazione ai lati della fontana: ascolta in estasi.
Voglio bruciare nei parchi di Madrid. 
Dovevamo essere un esercito di atleti e invece alle sei di mattina, sui gradini dell'albergo, siamo gli unici due cristi in pantaloncini e contachilometri in mano. La luce della luna è troppo fioca e al Buen Retiro, finchè il cielo non si illumina, dove non ci sono lampioni è difficile individuare il sentiero, tra buche e specchi d'acqua inaspettati. Non lo ammetterò mai quanto mi fanno male le gambe.
La movida poi non esiste. La cerchiamo disperatamente, sforzandoci anche di esprimerci con la lingua indigena (tante "esse" finali insomma), ma alla fine ci troviamo sempre in qualche museo del jamon in chiusura, a bere birra al bancone con un disturbante aroma di salumi tra le narici. Unica birra della serata che, complice la stanchezza, ci permette di intonare senza pudore un'interpretazione a trio di brani di opere classiche davanti all'albergo. 
In ascensore poi ricordo delle risate soffocanti, per motivi che però non riesco a focalizzare, ma sicuramente validi, a giudicare da come eravamo tutti piegati in due.

I giorni successivi il silenzio è insopportabile, le ore lunghe.

martedì 6 marzo 2012

Bulimia.

Chissà dove vanno a finire gli odori acri della pioggia e le felicità gratuite distribuite in un giovedì festivo che sembra maggio. Sulla luna, dice qualcuno, o tra gli scatoloni di ricordi dimenticati e consumati e di sensazioni sotto la pelle che si affievoliscono nell'indifferenza di un sonno confuso. Nel nostro Alzheimer precoce il passato si fa pallida cronaca e il futuro è solo un oggi più precario. Delle corse notturne tra le buche del parco per strappare una fatica sprecata e compiaciuta, dello stupore infantile alla vista dei tetti coperti di neve, dello scioglimento di questa a furia di soffiarci sopra parole; cosa ricorderemo? Non è che un inutile sfoggio di bellezza, di sfumature, di cui rimarrà solo qualche verso sterile, qualche foto a bassa risoluzione, qualche dipinto che verrà male interpretato. Solo rappresentazioni che si sforzano di carpire lo sfuggente, solo un modo di ordinare la vita non vivendola ma guardandola scorrere dall'alto di un grattacielo. Quella moquette blu impregnata dell'odore del porto della camera d'albergo di Bordeaux, chi me la potrà dare indietro? E quelle mattine a muso duro in cui mi sentivo sicura di non poter reggere un'altra giornata? E ancora i pranzi in famiglia che sembravano interminabili, e invece poi terminavano, quando eravamo tutti troppo stanchi per urlarci ancora addosso? Niente tornerà più, di tutto questo, niente tornerà uguale. E continueremo ad accumulare sensazioni per la gioia o per il dolore di un istante, convinti che quello sia il più importante, l'istante definitivo; invece passerà anche quello e il nostro corpo verrà sottoposto ad altre percezioni, incapace di liberarsi dalla tirannia dell'istante.
Sensazioni ingurgitate continuamente e vomitate nell'incapacità di riviverle e assimilarle.

mercoledì 29 febbraio 2012

Giù, in taverna.

La mattina poi il mal di testa il mal di stomaco il mal di vivere.
Ma di notte le strade infuocate di luci, i marciapiedi bucati che trascinano le scarpe, le chiacchiere sterili e paranoiche, e poi ti va se andiamo a piedi? proprio quando arriva l'autobus. Mi va se andiamo a piedi, dico, e cominciamo a camminare rapide, perchè noi proprio non riusciamo a camminare più lentamente, e le parole vengono da sole, quelle giuste, anche se proprio non so cosa volessi dirti di preciso. La confusione ci avvolge calda appena poggiamo le labbra sulla bottiglia di vino. Ridi, ci guardano tutti male, dici, con il bottiglione in mano e ridi. Rido anch'io.
Sono ancora aperte come un tempo le osterie di fuori porta.
Quando arriviamo è già tutto pieno. Noi ci sediamo sul muretto davanti a finire quel poco di lambrusco che resta, mentre aspettiamo G, in ritardo perchè a metà strada si è accorto di aver dimenticato a casa la catena della bicicletta. Chiedo al vecchio che guarda la partita da fuori, attraverso i vetri, chi gioca e a quanto siamo, come se possa essere un'informazione di qualche interesse e non me ne dimenticassi nel giro di qualche minuto. Persone conosciute di vista, amici di amici, amici, amici in potenza sfilano di fronte a noi, ricevendo cenni, abbracci calorosi e non, linguini, sguardi mancati. Si aggiudica un abbraccio caloroso il buon G, pezzato e contento: entriamo. Giù, in taverna, si fatica a trovare un posto, tra tifosi, campioni di biliardino, sbarbati e veterani; ma finalmente un eccellente tavolino con vista-cessi ci chiama, ai confini sud-orientali del locale. Sul telo si proietta un Buster Keaton che rischia la vita con una serietà surreale, con un sottofondo musicale di Weather Report, credo, ma non ricordo che brano, non ricordo che album. Il caldo intanto, dopo la prima birra, comincia a togliere maglioni e a dilatare le conversazioni; le posture si fanno sbracate e ricordi che sarebbe sempre meglio finissero nell'oblio più nero cominciano a riaffiorare, per l'ilarità dei presenti non coinvolti. Voci si rincorrono, insulti, approcci, bicchieri offerti, canti. Tutto è estremamente chiaro, nell'accozzaglia di rumori, tanto che riuscirei a distinguere ogni singola parola. Come se avesse captato i nostri desideri, poi, il barista ci fa segno di avvicinarci dall'estremità opposta della taverna, per un omaggio dei suoi shottini. Neri, bianchi sulla cima. Non si rifiuta mai niente offerto da uno sconosciuto. E' un pittore lui, mi dice, e abita un po' fuori Milano; gli piace dipingere le fabbriche e i pali della luce, alle sei di mattino.
E in qualche istante passano giorni e anni e ci sentiamo tutti un po' più vecchi; il locale si svuota, G. va a una festa, il biliardino finalmente si libera, e restiamo noi, con un altro paio di disperati, a tenere le luci accese. Solo ora riesco a identificare le locandine dei film appese ai muri e i poster dei concerti, tanto accalcati da soffocarsi a vicenda. Sono stanca, di una stanchezza languida e commovente. Questa sera il barista ha bisogno di parlare e noi, appoggiate al bancone, lo accontentiamo. Duchamp, la fotografia, le gallerie d'arte, Pasolini, le versioni di greco. Ci dice il suo nome, poi. L'ultimo bicchierino nero con la cima bianca, e dopo, davvero, ce ne andiamo. Siamo a piedi, ancora, e a quest'ora gli autobus non passano: chissà se ci succede qualcosa mi dici. Rido. Tanto al massimo moriamo, penso. Insieme, simpatiche, stanche, con i maglioni sgualciti e i capelli che hanno avuto tempi migliori.
Invece non moriamo e non ci succede niente; entriamo a casa in punta di piedi, ci togliamo le scarpe e ci buttiamo ancora vestite a letto.
Non senza prima un paio di biscotti con la Nutella. Almeno io, non so te.

venerdì 17 febbraio 2012

Aspettare in autostrada.

Non guidavo mai, io, accucciata sui sedili posteriori a osservare il passare del tempo, che si trascinava dietro colori, voci radiofoniche squillanti, gli ultimi cieli autunnali, i ricordi di eternit. Eravamo sempre in coda, allora, dovunque ci trovassimo, e ogni volta ci sentivamo protagonisti assoluti delle info traffico di Isoradio, mentre altri tramonti pallidi, di una bellezza trascurabile (di quelli per intenderci che si dice guarda che bel tramonto solo per abitudine, per non rischiare di risultare insensibili di fronte a certi comuni fenomeni naturali) scendevano oscurando i finestrini.
Allora mi mettevo ad osservare il traffico e i trafficanti. Se ne possono distinguere essenzialmente due tipi, di automobilisti: quello che si affanna e cambia continuamente corsia e quello che aspetta che la propria corsia scorra. Il primo è il principale motivo delle famose code all'uscita Roncobilaccio e provoca danni non solo alla sua sudorazione e al suo battito cardiaco, ma anche alla serenità di quelli che aspettano (e, solitamente, arrivano prima). Io, se mai mi deciderò a guidare un mezzo di locomozione, sarò tra quelli che aspettano. E' sempre stato così, per me. La vita ha sempre proceduto, in un modo o nell'altro, di moto involontario; la vita va come deve andare e come è sempre andata. Va tutto bene. Tutto scorre, tutto passa, storie iniziano e finiscono, ogni tanto si accelera, ogni tanto si frena, senza la pretesa di avere sempre la corsia sgombra. Muoversi, sbattersi, girare rischiano di lasciare indietro ciò che cerchiamo.
Mamma me lo diceva sempre, quando ero piccola, che se per caso mi fossi persa nel supermercato sarei dovuta restare ferma in attesa che lei mi trovasse.

A volte capitava che la corsia da cui si erano appena mossi gli ansiosi cominciasse a scorrere. Allora, sforzando un po' la vista, si riusciva a vedere, dietro i vetri opachi, il crescere di un'agitazione e di un nervosismo disumani.

giovedì 16 febbraio 2012

Rovine.

Sei felice? No.
Sei mai stato felice? Sì.
Quando sei stato felice? ...
Sei mai stato felice? No.

Più volte l'ho sfiorata, la felicità. L'ho riconosciuta, mi sono sbracciata per salutarla, le ho sorriso.
Di quegli incontri rimangono solo rovine, rammendate da qualche pezzo di scotch.
Allora c'è da ricostruire tutto da capo.