Mi chiedono se sto meglio, adesso che mi sono normalizzata. Adesso che ho smesso di litigare con le vecchiette sui tram, che mi capita meno spesso di trovarmi in locali semivuoti a cantare a memoria i pezzi del gruppo di spalla, adesso che ogni tanto sorrido più di una volta al giorno e non ho le scarpe bucate. Si dirà che ero in guerra e mi sono arresa, spalle al muro. Io dico che, più che arrendermi, la mia battaglia l'ho proprio persa: niente tregua, niente armistizio, solo una strage di certezze ed egocentrismi. Perchè a forza di sentirmelo dire, forse mi ero davvero convinta di essere speciale, di avere qualcosa da dire, di avere uno sguardo più lucido del comune sulla realtà: ecco, la scoperta (e l'accettazione) di non avere niente più degli altri mi ha pacificato il cuore in maniera definitiva. Era una guerra invincibile e senza senso dove i mulini a vento erano tutti quegli ostacoli che impedivano alla mia individualità di espandersi. Ero livida, allora, nervosa, mi sentivo incompresa perchè ancora illusa che ci fosse qualcosa di più da comprendere, oltre al visibile, in me e nel resto del mondo. Ingenuità.La spocchia della giovinezza derivata da una pretesa superiorità è uno dei più atroci crimini contro l'umanità di cui andrebbe rimproverato il Signore; il più atroce di tutti è però quella spocchia propria di chi, per il fatto di aver visto un paio di film in bianco e nero più della media, è convinto di saper interpretare meglio gli uomini. Brutta malattia, riscontrabile soprattutto in certi ambienti della sinistra salottiera.
domenica 23 dicembre 2012
domenica 2 dicembre 2012
Identici e lontanissimi
A volte ti sentivo vicino, quando non eri con me, e compivo ogni gesto sentendo il tuo respiro sulla pelle. Avrei voluto urlarlo, piangerlo, inciderlo su un disco, disegnarlo sulle nuvole di fumo, persino riderlo se l'italiano me l'avesse permesso; avrei voluto racchiuderlo in barattoli, quell'infinito, per poi venderli, sfondarmi di soldi e terminare la mia esistenza su qualche isola sperduta dell'Oceano Pacifico. Vendere l'infinito: mica male, roba da citazione sui libri di Storia.
Eppure non riuscivo. Niente urla, pianti, incisioni, disegni, risate, nè, tantomeno, soldi. Rimanevo così, sdraiata a pancia in su sul letto, a fissare il soffitto. Ti sentivo dentro come un misterioso nuovo organo, aggregazione di cellule morte e resuscitate; gli anticorpi non erano riusciti a bloccare la creazione di quel corpo estraneo ed ora era parte di me. Si contraeva con così tanta pervicacia da non lasciarmi mai indifferente, tanto che il suo pensiero occupava ormai gran parte del mio tempo: mi faceva sorridere, a volte stare male. Sentimento è insieme ampliamento ed annullamento di sè, surreale ed incatalogabile, malgrado gli sforzi, le definizioni date a tavolino, le semplificazioni. Roba densa, totalizzante, vischiosa.
Altre volte, invece, eri lontano e grigio nella tua piccolezza. Meschino come tutti gli esseri umani, meschino come me. Allora urlavo, piangevo, incidevo, disegnavo, ridevo, riuscendo nella complicatissima impresa di esprimere il Vuoto in tutti i modi possibili. E poi mi tornava finalmente l'appetito ed ingurgitavo di tutto pur di riempire lo spazio lasciato libero dalla scomparsa di un organo vitale.
Eppure non riuscivo. Niente urla, pianti, incisioni, disegni, risate, nè, tantomeno, soldi. Rimanevo così, sdraiata a pancia in su sul letto, a fissare il soffitto. Ti sentivo dentro come un misterioso nuovo organo, aggregazione di cellule morte e resuscitate; gli anticorpi non erano riusciti a bloccare la creazione di quel corpo estraneo ed ora era parte di me. Si contraeva con così tanta pervicacia da non lasciarmi mai indifferente, tanto che il suo pensiero occupava ormai gran parte del mio tempo: mi faceva sorridere, a volte stare male. Sentimento è insieme ampliamento ed annullamento di sè, surreale ed incatalogabile, malgrado gli sforzi, le definizioni date a tavolino, le semplificazioni. Roba densa, totalizzante, vischiosa.
Altre volte, invece, eri lontano e grigio nella tua piccolezza. Meschino come tutti gli esseri umani, meschino come me. Allora urlavo, piangevo, incidevo, disegnavo, ridevo, riuscendo nella complicatissima impresa di esprimere il Vuoto in tutti i modi possibili. E poi mi tornava finalmente l'appetito ed ingurgitavo di tutto pur di riempire lo spazio lasciato libero dalla scomparsa di un organo vitale.
lunedì 5 novembre 2012
Bandiera bianca.
Al termine della notte, poi, mi ritrovavo sempre su qualche autobus notturno diretto a Molino Dorino, carico di alcol, giovinezze sprecate, volumi delle cuffie improponibili che suonavano canzoni altrettanto improponibili. Sola. Come i miei amici, già sotto le coperte da un pezzo; loro, quelli di porta romana. Una compagnia di persone sole che si lamentavano con gli amici della propria solitudine in un deprimente processo di commiserazione inconcludente. Cristo se ero triste. Anzi, la tristezza era un sentimento troppo nobile ed intenso per la mia situazione; così svogliata, annoiata, stonata; a tal punto brutta, con quei capelli crespi e gonfiati dalla pioggia, che per la prima volta mi trovavo a non avere paura di essere violentata in qualche anfratto buio. Persino un maniaco mi avrebbe rifiutata. Niente peruviani che eccitassero l'elettorato leghista sbattendosi le figliolette diciassettenni degli onesti padri di famiglia padani, per quella notte.
Ero annoiata, dicevo, piena di tempo da riempire con attività a cui ero indifferente, piena di giorni che non passavano più o che si rincorrevano frenetici perchè saturi di futilità. Ecco allora la birretta al parco, le telefonate fiume, i pomeriggi sonnolenti sul libro di fisica, le passeggiate in centro, i cineforum ossessivi: tutto per il gusto di fare qualcosa, aggrappati a quel desiderio di ammazzare il tempo, già in sè un concetto disumano. Tutti impegnati a darci un tono, eravamo, tutti con le stesse insicurezze nascoste sotto uno stantio velo di fondotinta. Non m'indignavo neanche più ormai, perchè ci ero dentro fino al collo, intenta a sguazzare in quella melma di relazioni sociali ipocrite ed affettate. Stanchezza. Compassione per l'umanità tutta. Intravedevo quelle debolezze ed ero consapevole che la mattina dopo avrei agito per rimuoverle dalla mia coscienza, per continuare a trascinare la mia esistente in una parvenza di serenità. Il che può essere riassunto nelle parole: abbiamo perso.
Ero annoiata, dicevo, piena di tempo da riempire con attività a cui ero indifferente, piena di giorni che non passavano più o che si rincorrevano frenetici perchè saturi di futilità. Ecco allora la birretta al parco, le telefonate fiume, i pomeriggi sonnolenti sul libro di fisica, le passeggiate in centro, i cineforum ossessivi: tutto per il gusto di fare qualcosa, aggrappati a quel desiderio di ammazzare il tempo, già in sè un concetto disumano. Tutti impegnati a darci un tono, eravamo, tutti con le stesse insicurezze nascoste sotto uno stantio velo di fondotinta. Non m'indignavo neanche più ormai, perchè ci ero dentro fino al collo, intenta a sguazzare in quella melma di relazioni sociali ipocrite ed affettate. Stanchezza. Compassione per l'umanità tutta. Intravedevo quelle debolezze ed ero consapevole che la mattina dopo avrei agito per rimuoverle dalla mia coscienza, per continuare a trascinare la mia esistente in una parvenza di serenità. Il che può essere riassunto nelle parole: abbiamo perso.
mercoledì 26 settembre 2012
Venezia.
Non riuscivo a pensare, quella mattina, e camminavo per inerzia spinta dal vento, nelle gambe una lentezza inedita. L'udito attutito, il mal di gola, il senso di nausea erano le uniche testimonianze di una serata iniziata e finita male, serata che altrimenti avrebbe potuto benissimo appartenere ad un'altra esistenza, circondata da buchi neri e abissi della memoria. Il tutto rendeva il proferire parola un'impresa titanica. Anche i miei compagni stavano in silenzio: non c'era molto da dire. Il cielo delle undici di mattina era scuro e si preparava a scatenare un'apocalisse inutile, uno spreco di energie e di ombrelli di plastica usa e getta. Cosa ci eravamo venuti a fare a Venezia? Le previsioni meteo dicevano che il tempo sarebbe stato bello, invece le mie scarpe di tela bucate non riuscivano ad impedire ai miei piedi di congelarsi. Non mi e' mai piaciuta, poi, Venezia. Chi cazzo ha avuto la malsana idea di passarci quella domenica? Intanto un nuovo amore stava per nascere in me, ma mentre fioriva lo guardavo già con nostalgia, con distacco, come se avesse smesso di appartenermi prima ancora di venire alla luce; un amore tutto vituperato e strattonato, perforato dall'insicurezza e cucito senza esperienza da consolazioni a poco prezzo. Un aborto. Dove sono i veneziani, dove si nascondono, tra queste masse di asiatici dalle macchine fotografiche lunghe due metri e dal tono di voce nasale che definir fastidioso sarebbe un eufemismo. Un feto esanime, un fiore morto nel mio stomaco. O forse era solo il Martini scaduto del giorno prima che fermentava nelle mie viscere, già affollate da questioni di dubbia e inutile risoluzione, come quanto debba durare un abbraccio perchè possa essere ricordato o come evitare di rispondere non so ad ogni domanda impegnativa.
Venezia era una città triste e l'unica cosa che avrei voluto, allora, era andare a casa, gettarmi sul letto e non alzarmi per una settimana.
Venezia era una città triste e l'unica cosa che avrei voluto, allora, era andare a casa, gettarmi sul letto e non alzarmi per una settimana.
giovedì 6 settembre 2012
Sono un tipo particolare.
Voglio andare a studiare all'estero. Leggo l'Internazionale. Sono vegetariano. Cito Pasolini appena ne ho l'occasione. Una casa editrice indipendente sta per pubblicare le mie poesie. Non guardo i reality show anzi non guardo proprio la televisione. Non ho la televisione ma guardo i programmi che m'interessano online. La Rai non fa servizio pubblico. Non sopporto Fazio ma i suoi ospiti sono sempre interessanti. La Littizzetto e' un genio. Guardo i film con il proiettore. Ho cancellato il mio account da facebook e ora ho millemila followers che seguono i miei millemila tweet al minuto. Su twitter seguo Umberto Eco, Gad Lerner e Francois Hollande. Mio nonno era un partigiano. Faccio volontariato alla mensa dei poveri. Le prossime elezioni si giocheranno in rete. Bevo solo birra artigianale. La domenica mattina faccio il brunch. Ho organizzato l'autogestione del mio liceo. A questa citta' serve un programma di edilizia popolare. A quel bigotto di Manzoni preferisco Leopardi. La mia bicicletta e' costruita artigianalmente. Fabio Volo non sa scrivere ma la Mazzantini e' una delle piu' grandi scrittrici italiane. Ho la tessera dell'Anteo. Ho tutte le tessere Arci da dieci anni a questa parte. Sabato sera sono andato ad un reading di poesie con accompagnamento elettroacustico. Non mi sono mai arreso alla fotografia digitale e uso la macchina fotografica a pellicola di mio zio. Ho comprato al mercatino dell'usato delle Clarks degli anni Settanta. Sono stanco della citta' e vorrei andare a vivere in campagna. Il Thailandese e' il mio cibo preferito. So a memoria il numero di telefono di Radio Popolare. Sono un social smoker. Intrattengo una corrispondenza epistolare con un mio ex compagno delle medie che e' andato ad abitare in Peru'. Indosso le Camper anche per giocare a pallone. Spinoza.it e' una delle piu' argute voci sarcastiche in Italia. L'agopuntura fa miracoli. Mentre i miei amici sciano io preferisco fare delle camminate in montagna da solo. Ho scritto la sceneggiatura di un cortometraggio.
sabato 18 agosto 2012
L'anello di congiunzione tra Orazio e l'Esselunga
Non si è mai chiarito perchè ci dovessi sempre andare io a comprare il vino all'Esselunga. Non mi sembra giusto, a ben pensarci.
Quei giovedì autunnali, verso le sette, nonostante mi mancassero ancora 20 pagine da leggere di latino, chiudevo il libro, piazzavo una scusa qualunque a mamma e uscivo a scongelare la bicicletta. Tanto la mattina avrei avuto venti minuti buoni di metropolitana per studiare, pensavo io. Tanto non mi avrebbe mai interrogata, dicevi tu.
Cinque minuti per andare, venti secondi per identificare la bottiglia tra gli scaffali etilici, due minuti per salutare la prof delle medie che passa la vita lì: tutto regolare. Dopo un paio d'ore in fila alla cassa e le duecento conferme al telefono che "sì, ceno a casa", ero fuori, con la bottiglia che metteva a dura prova la resistenza della mia borsa e della mia spalla.
Quei giovedì sera mi passavi a prendere all'incrocio e andavamo a sentire qualche cantautore triste; io portavo il vino e tu le birre, questi erano i patti. Si beveva tutto prima di entrare, in macchina, più perchè ci piaceva l'idea che per l'effettiva mancanza di moneta per una birra alla spina. Si fanno delle cose stupide ogni tanto, giusto perchè a volte sembra che l'unico modo di non pensare al domani sia fare delle cose stupide e senza senso. E io al domani avrei preferito non pensarci, ma sorsata dopo sorsata l'immagine di Orazio che si riscalda al fuoco guardando la vetta del monte Soratte cominciava a rimbalzarmi nella testa. Era un periodo in cui studiavo sempre latino letteratura, non scherzo. Naturalmente non sarei mai stata interrogata in latino letteratura; era raro che qualcuno mi interrogasse, in generale. Peccato, Orazio mi piaceva davvero.
La verità, penso, è che mi faceva piacere andare a prendere il vino all'Esselunga. Mi lamentavo sempre, è vero (non sia mai che faccia qualcosa senza ostentare la giusta dose di svogliatezza), ma lo facevo con quella scarsa convinzione che si riserva alle decisioni già stabilite dall'abitudine e che la stessa abitudine ha reso un dolce rituale.
Quei giovedì autunnali, verso le sette, nonostante mi mancassero ancora 20 pagine da leggere di latino, chiudevo il libro, piazzavo una scusa qualunque a mamma e uscivo a scongelare la bicicletta. Tanto la mattina avrei avuto venti minuti buoni di metropolitana per studiare, pensavo io. Tanto non mi avrebbe mai interrogata, dicevi tu.
Cinque minuti per andare, venti secondi per identificare la bottiglia tra gli scaffali etilici, due minuti per salutare la prof delle medie che passa la vita lì: tutto regolare. Dopo un paio d'ore in fila alla cassa e le duecento conferme al telefono che "sì, ceno a casa", ero fuori, con la bottiglia che metteva a dura prova la resistenza della mia borsa e della mia spalla.
Quei giovedì sera mi passavi a prendere all'incrocio e andavamo a sentire qualche cantautore triste; io portavo il vino e tu le birre, questi erano i patti. Si beveva tutto prima di entrare, in macchina, più perchè ci piaceva l'idea che per l'effettiva mancanza di moneta per una birra alla spina. Si fanno delle cose stupide ogni tanto, giusto perchè a volte sembra che l'unico modo di non pensare al domani sia fare delle cose stupide e senza senso. E io al domani avrei preferito non pensarci, ma sorsata dopo sorsata l'immagine di Orazio che si riscalda al fuoco guardando la vetta del monte Soratte cominciava a rimbalzarmi nella testa. Era un periodo in cui studiavo sempre latino letteratura, non scherzo. Naturalmente non sarei mai stata interrogata in latino letteratura; era raro che qualcuno mi interrogasse, in generale. Peccato, Orazio mi piaceva davvero.
La verità, penso, è che mi faceva piacere andare a prendere il vino all'Esselunga. Mi lamentavo sempre, è vero (non sia mai che faccia qualcosa senza ostentare la giusta dose di svogliatezza), ma lo facevo con quella scarsa convinzione che si riserva alle decisioni già stabilite dall'abitudine e che la stessa abitudine ha reso un dolce rituale.
giovedì 24 maggio 2012
La mia passività di fronte ai finestrini.
Non guiderò mai un aereo, l'esame della patente è troppo difficile da passare e mi vengono i crampi alle gambe solo all'idea di pedalare per cinque minuti di fila. A me piace essere trasportata. L'asfalto corre sotto di me e io sono ferma; è l'unica occasione in cui le mie paranoie me lo concedono, di stare ferma e di non dovermi preoccupare di niente. Davvero, dico ai miei sensi di colpa, io vorrei fare qualcosa, ma proprio non posso, impegnata come sono a reggermi al manubrio della bici o al lembo di una maglietta; è già tanto se il vento non mi sfila le lenti già secche da un pezzo. Anche in treno e in macchina di leggere non se ne parla, se non voglio che mi si riproponga la pasta che ho ancora sullo stomaco, figurarsi in metropolitana, quando il viavai di simpatiche ed educate vecchiette impedisce il mantenimento di una posizione eretta stabile. Allora posso finalmente abbandonarmi passivamente al film che propone la realtà, a volte con tanto di colonna sonora: le case che sfrecciano grigie o colorate o tristi abbandonate con i terrazzi con i fiori e i portoni i tetti a punta le finestre piccole le antenne, e chissà chi ci abita, chissà come sarebbe stato se fossi nata lì. E le persone come sono stressate, altre incredibilmente felici sorridono agli sconosciuti e salutano il fruttivendolo il giornalaio e Abdul che vende accendini, anche se non comprano niente. Mi piace anche mangiare i chilometri nell'Italia delle campagne, gialla verde grigia e azzurra, a strisce, e vorrei fermarmi in ciascuna di quelle fermate blu dai nomi esotici, perchè tutto passa troppo in fretta e ho sempre la sensazione di perdere qualcosa di fondamentale per strada che non riuscirò più a recuperare.
Mi piacerebbe essere bloccata in questi oggetti di ferro per ore e guardo senza entusiasmo l'avvicinarsi della destinazione; non posso neanche decidere di farmi trasportare più di quanto dovrei, e poi tornare indietro, perchè altrimenti i miei sensi di colpa comincerebbero a martellarmi la testa, ricordandomi quante cosa avrei potuto fare in tutto quel tempo. Schiavi della fuga del tempo, ecco cosa siamo.
Mi godo dunque questi brevi sguardi sulle esistenze, perse nei meandri di un paese o nascoste nei vicoli, cercando sempre di prediligere le mete più remote, che possibilmente attraversino tutta la città o tutto il paese.
Mi godo dunque questi brevi sguardi sulle esistenze, perse nei meandri di un paese o nascoste nei vicoli, cercando sempre di prediligere le mete più remote, che possibilmente attraversino tutta la città o tutto il paese.
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