Avevo promesso che sarei tornata presto, poi sui gradini della chiesa ho incontrato un'amica che mi aspettava da un pezzo con una bottiglia di vino in mano e un pacchetto di patatine del discount. Quando ho provato a dire che ho promesso che torno presto lei ha fatto per offendersi e io proprio non volevo si offendesse, quindi ho legato la bicicletta le ho dato un bacio e mi sono seduta anch'io. Le ho detto che per Resistere non è importante agire bene quanto non fare cazzate e credo anche di essermi sentita piuttosto acuta per aver pronunciato questa massima. Non andare a un concerto di Jovanotti, tipo, o non guardare Striscia la Notizia o non buttare rifiuti per strada o non comprare prodotti israeliani: la passività è la sola salvezza ho poi aggiunto (e capirete a che livelli era ormai la mia autostima), il che, a posteriori, sembra proprio un tentativo di giustificarsi mal riuscito. Al che, la mia amica, a cui non la si dà a bere tanto facilmente, mi ha chiesto se fossi ubriaca e io, beh, dico, mi ero appena alzata dal tavolo in effetti. Ma ubriaca no, dai, era un insulto. Nei miei ricordi mi vedo alzarmi e fare quel giochino di basilare equilibrismo che avrebbe dovuto dimostrare la mia perfetta sobrietà, ovvero ginocchio destro alzato e due spanne che lo uniscono al naso: riesce benissimo, dato l'intenso allenamento che ormai mi permette di farlo anche nelle peggio situazioni.
Continuavo a dirmi che sarei tornata presto, che l'avevo promesso, ma nel frattempo arrivavano delle persone che volevano essere intrattenute con la mia teoria della Resistenza, che di minuto in minuto guadagnava proseliti, e io di certo non potevo rifiutarmi di fronte ad un così grande interesse. Sai, il non leggere la Mazzantini, il non insultare il vicino di casa per noia, il non costruire armi di distruzione di massa. Ho parlato anche con alcuni livornesi con il telefono di qualcuno, si chiamavano Fabio e Manuele (forse), con un tono di voce che eufemisticamente potrei definire alto. Poi mi sono accorta che la mia amica era sparita, forse era in chiesa, e che purtroppo anche quella sera non ero riuscita a tornare presto. Ma anche se non era presto sono tornata a casa, ad un certo punto, ed entrando in camera non ho fatto rumore per non svegliare nessuno, perchè anche questo rientra nella pratica della Resistenza passiva.
venerdì 30 agosto 2013
sabato 24 agosto 2013
Attese.
Diceva esco a fumare una sigaretta e scompariva per delle ore.
Non c'era traccia nel cortiletto di casa mia, eppure ero sicura che non avesse aperto il cancello. Nascosto da qualche parte, tra un oleandro o un albicocco o un vaso, in quei cinque metri quadri di foresta pluviale che ci separavano dalla civiltà metropolitana. Nel frattempo scoppiavano temporali, cessavano altri temporali, sotto un cielo incerto e pigro che asciugava facilmente le risibili pozzanghere che si formavano sul vialetto tra le crepe del selciato; si faceva buio e io sempre lì, seduta sul tavolo bianco della cucina, con gli occhi fissi al di là della finestra. Di tanto in tanto mi addormentavo, mantenendo la stessa posizione, per poi svegliarmi di scatto, rimproverandomi per le mie scarse capacità di sorveglianza. Non avrei potuto fare altro che stare immobile ad aspettarlo, nient'altro aveva senso. Solitamente si tende a credere che è impossibile non pensare a niente: io ero la prova vivente che è invece possibile, anzi talvolta è l'unica alternativa. Ero un vegetale, priva di una qualsiasi vita interiore, essere creato al solo scopo di aspettarlo.
Poi, così com'era scomparso, riappariva e bussava alla porta-finestra. Ma mi hai chiuso fuori?!? Sorrideva con quei suoi dentini perfetti. Cosa ci prepariamo stasera? Ho una fame...
Qual era il suo trucco? Non glielo chiesi mai, non lo capii mai. Finii per considerarlo normale e ad abituarmi a quelle pause dalla mia esistenza, buchi neri senza memoria.
Sorridevo anch'io allora, sollevata. Riprendevo possesso del mio pensiero e, mentre lo sentivo intento nella cucina, cominciavo a leggere a suonare a scrivere, inconsciamente ansiosa di recuperare il tempo inattivo. Per qualche insidiosa controindicazione del relativismo, ero convinta che non avrei potuto essere più felice.
Non c'era traccia nel cortiletto di casa mia, eppure ero sicura che non avesse aperto il cancello. Nascosto da qualche parte, tra un oleandro o un albicocco o un vaso, in quei cinque metri quadri di foresta pluviale che ci separavano dalla civiltà metropolitana. Nel frattempo scoppiavano temporali, cessavano altri temporali, sotto un cielo incerto e pigro che asciugava facilmente le risibili pozzanghere che si formavano sul vialetto tra le crepe del selciato; si faceva buio e io sempre lì, seduta sul tavolo bianco della cucina, con gli occhi fissi al di là della finestra. Di tanto in tanto mi addormentavo, mantenendo la stessa posizione, per poi svegliarmi di scatto, rimproverandomi per le mie scarse capacità di sorveglianza. Non avrei potuto fare altro che stare immobile ad aspettarlo, nient'altro aveva senso. Solitamente si tende a credere che è impossibile non pensare a niente: io ero la prova vivente che è invece possibile, anzi talvolta è l'unica alternativa. Ero un vegetale, priva di una qualsiasi vita interiore, essere creato al solo scopo di aspettarlo.
Poi, così com'era scomparso, riappariva e bussava alla porta-finestra. Ma mi hai chiuso fuori?!? Sorrideva con quei suoi dentini perfetti. Cosa ci prepariamo stasera? Ho una fame...
Qual era il suo trucco? Non glielo chiesi mai, non lo capii mai. Finii per considerarlo normale e ad abituarmi a quelle pause dalla mia esistenza, buchi neri senza memoria.
Sorridevo anch'io allora, sollevata. Riprendevo possesso del mio pensiero e, mentre lo sentivo intento nella cucina, cominciavo a leggere a suonare a scrivere, inconsciamente ansiosa di recuperare il tempo inattivo. Per qualche insidiosa controindicazione del relativismo, ero convinta che non avrei potuto essere più felice.
mercoledì 21 agosto 2013
Intelligentissimi.
Eravamo intelligentissimi, quattro fratelli intelligentissimi. Maestri di retorica e insieme matematici, fisici, chimici, nonchè esperti in letteratura e musica classica, lasciavamo gli adulti a bocca aperta, pronunciando sentenze argute dal basso di occhiali a lenti spesse. Eravamo una squadra vincente, inseparabile.
Se prima ci furono le firme di autografi ai parenti (incorniciate nello studio dai più), poi arrivarono i quiz televisivi, i talk show, la mano al Presidente, la copertina del Time. Eravamo destinati a conquistare il mondo, a dirigere la classe dirigente del futuro; avremmo potuto distruggere o ricostruire tutto ciò che era esistito fino ad allora.
Poi, prima che chiunque tra noi varcasse la soglia dei sedici anni, litigammo. La competizione ci logorò, la paranoia s'impadronì della nostra ragione, sospetti di scorrettezze ci avvelenarono i pensieri. La solitudine divenne il nostro mondo. Cause legali si susseguirono per anni sotto gli occhi voraci dei mezzi di comunicazione, cavalcatori di rancori e tensioni: nessuno ci invitava più in televisione per discutere delle fonti di energia alternative, ma solo per alimentare pettegolezzi e dicerie. I parenti iniziarono, uno ad uno, a togliere i nostri autografi dalle pareti; mio zio me lo rispedì addirittura a casa.
Ormai è qualche anno che non ho notizie di qualcuno dei miei fratelli, anche se spero prima o poi di riconoscerne l'espressione, ancora amareggiata e sconfitta, camminando per strada. Non credo che io avrò mai il coraggio di alzare la cornetta, dopo quello che ho osato fare, dopo quello che hanno osato fare.
Io, da parte mia, ho perso ogni curiosità. Lavoro in un ufficio di collocamento dove le ore passano lente e ordinarie, ideali per dimenticare tutto quello che ho imparato nei primi anni della mia vita. Perchè ora voglio solo dimenticare quella presunzione del sapere che mi ha distrutto. Ho sposato una collega, di cui spero di innamorarmi, prima o poi.
Non credo più di essere intelligentissimo.
Se prima ci furono le firme di autografi ai parenti (incorniciate nello studio dai più), poi arrivarono i quiz televisivi, i talk show, la mano al Presidente, la copertina del Time. Eravamo destinati a conquistare il mondo, a dirigere la classe dirigente del futuro; avremmo potuto distruggere o ricostruire tutto ciò che era esistito fino ad allora.
Poi, prima che chiunque tra noi varcasse la soglia dei sedici anni, litigammo. La competizione ci logorò, la paranoia s'impadronì della nostra ragione, sospetti di scorrettezze ci avvelenarono i pensieri. La solitudine divenne il nostro mondo. Cause legali si susseguirono per anni sotto gli occhi voraci dei mezzi di comunicazione, cavalcatori di rancori e tensioni: nessuno ci invitava più in televisione per discutere delle fonti di energia alternative, ma solo per alimentare pettegolezzi e dicerie. I parenti iniziarono, uno ad uno, a togliere i nostri autografi dalle pareti; mio zio me lo rispedì addirittura a casa.
Ormai è qualche anno che non ho notizie di qualcuno dei miei fratelli, anche se spero prima o poi di riconoscerne l'espressione, ancora amareggiata e sconfitta, camminando per strada. Non credo che io avrò mai il coraggio di alzare la cornetta, dopo quello che ho osato fare, dopo quello che hanno osato fare.
Io, da parte mia, ho perso ogni curiosità. Lavoro in un ufficio di collocamento dove le ore passano lente e ordinarie, ideali per dimenticare tutto quello che ho imparato nei primi anni della mia vita. Perchè ora voglio solo dimenticare quella presunzione del sapere che mi ha distrutto. Ho sposato una collega, di cui spero di innamorarmi, prima o poi.
Non credo più di essere intelligentissimo.
martedì 23 luglio 2013
La festa.
Il fatto è che la festa finisce, sempre. Lo sanno tutti. La differenza è tra quelli che per quell'ora, quel giorno, quell'anno in cui si festeggia si dimenticano che la festa ha una scadenza, anche se indefinita, e quelli che invece passano la festa nella malinconia, pensando che quella festa finirà, prima o poi.
Che è come dire la differenza che c'è tra quelli che si godono la vita e quelli che pensano a come fare per forse potersi godere la vita nel caso in cui.
Io, ecco, ho paura di far parte della seconda categoria.
Che è come dire la differenza che c'è tra quelli che si godono la vita e quelli che pensano a come fare per forse potersi godere la vita nel caso in cui.
Io, ecco, ho paura di far parte della seconda categoria.
mercoledì 3 luglio 2013
Elogio della non scelta (ossia del luglio sardo di qualche tempo fa)
La mia vita allora era scandita da pranzi interminabili e da sieste altrettanto eterne, con giornate dilatate i cui minuti potevano essere distinti uno ad uno. Allora ogni minuto aveva un nome e una sua dignità, o forse era l'infantile indifferenza nei confronti del tempo, ancora ignara dell'angoscia, a farmelo sembrare eterno. Allora ho imparato che non far niente è l'unico modo per non perdere tempo.
Mai più vista una così ampia scelta di nullafacenza. Lotte con mio fratello, gare di corsa in mare, piste di biglie, pesca di granchi con esche improvvisate, piramidi umane vacillanti, dispetti a mia sorella che avevano come unico obiettivo il suo pianto... Per qualche tempo finii persino nel tunnel del sudoku. Erano i tempi in cui ancora si riusciva a leggere un libro per intero senza aver l'ansia di iniziarne un altro contemporaneamente: sotto l'ombrellone l'unica distrazione accettata era il suggerimento richiesto dalla mamma per un cruciverba (niente avrebbe potuto rendermi più orgogliosa). E si leggevano solo romanzi: le notizie dei giornali le ricevevamo filtrate dalle discussioni dei grandi (con effetti altamente nocivi che ancora si ripercuotono sulle nostre opinioni).
Parlavo poco, già allora; ascoltavo tutto, ricordavo tutto. Ma erano tempi in cui questo non aveva importanza, perchè non c'era nulla da dimostrare; eravamo solo dei bambini il cui unico dovere era finire i compiti e non svegliare i genitori durante il pisolino. Fare i tuffi dalle rocce più alte, se la mamma lo permetteva. Nessuna decisione da prendere che non fosse quale gusto di gelato scegliere, nessun talento da sfruttare o da sprecare. Potevamo permetterci di non scegliere, il che era molto (molto) tranquillizzante.
Mai più vista una così ampia scelta di nullafacenza. Lotte con mio fratello, gare di corsa in mare, piste di biglie, pesca di granchi con esche improvvisate, piramidi umane vacillanti, dispetti a mia sorella che avevano come unico obiettivo il suo pianto... Per qualche tempo finii persino nel tunnel del sudoku. Erano i tempi in cui ancora si riusciva a leggere un libro per intero senza aver l'ansia di iniziarne un altro contemporaneamente: sotto l'ombrellone l'unica distrazione accettata era il suggerimento richiesto dalla mamma per un cruciverba (niente avrebbe potuto rendermi più orgogliosa). E si leggevano solo romanzi: le notizie dei giornali le ricevevamo filtrate dalle discussioni dei grandi (con effetti altamente nocivi che ancora si ripercuotono sulle nostre opinioni).
Parlavo poco, già allora; ascoltavo tutto, ricordavo tutto. Ma erano tempi in cui questo non aveva importanza, perchè non c'era nulla da dimostrare; eravamo solo dei bambini il cui unico dovere era finire i compiti e non svegliare i genitori durante il pisolino. Fare i tuffi dalle rocce più alte, se la mamma lo permetteva. Nessuna decisione da prendere che non fosse quale gusto di gelato scegliere, nessun talento da sfruttare o da sprecare. Potevamo permetterci di non scegliere, il che era molto (molto) tranquillizzante.
domenica 12 maggio 2013
Ma l'avete sentita l'ultima...
Il discorso langue. Siamo al secondo e la rassegna sugli ultimi film usciti è già stata ampiamente dibattuta, e così i programmi per le vacanze estive, i pettegolezzi sui vicini di casa e persino le condizioni meteorologiche (immancabilmente pessime). Regna l'imbarazzo a tavola, il disagio s'insinua tra le portate e solo i complimenti sul cibo riescono a celare il silenzio incombente. Ecco che allora un invitato, dal fondo del tavolo, timidamente prende la parola e inizia: "Ma l'avete sentita l'ultima di Berlusconi?", il che significa una sola cosa: salvezza. Un'altra bella serata in compagnia. Il convitto si rianima, grida indignate e liberatorie si levano da ogni parte, il più cauto tra i presenti tiene orazioni infarcite di slogan frutto di anni e anni di letture dei titoli di "Repubblica", i vicini si fomentano a vicenda ricordando episodi che conoscono a memoria e che ripetono uguali da vent'anni (con qualche rubacuore in più, qualche Craxi in meno). L'argomento "Berlusconi" ha un effetto catartico sugli animi dei salottieri di sinistra: è una certezza, l'unica che rimane agli elettori del Pd, tra crisi economiche che nessuno è in grado di spiegare chiaramente e subdoli franchi tiratori, l'unico punto su cui si troveranno sempre d'accordo e che quindi placa le loro coscienze. C'è chi potrebbe elencare l'intera sequenza di processi, condanne e prescrizioni che l'hanno riguardato e chi si limita a deprecare le sue barzellette sulla Bindi, ma di sicuro tutti hanno almeno un motivo per odiare il Silvio e quindi per sentirsi parte di una grande sinistra italiana di cui il Silvio è appunto il collante.
D'Alema ringrazia, Santoro ringrazia, gli invitati ringraziano, soddisfatti del loro fallimento.
D'Alema ringrazia, Santoro ringrazia, gli invitati ringraziano, soddisfatti del loro fallimento.
mercoledì 1 maggio 2013
Non c'è niente da capire.
Non sempre ciò che non si capisce nasconde grandi verità.
Forse non ti capisco semplicemente perchè, dietro quell'aria scorbutica all'apparenza pensosa, non c'è niente da capire. Nessuna crisi esistenziale, nessun dramma in famiglia, tanto meno guai con la legge: nei tuoi occhi profondi si condensa la noia, il mal di vivere, unita ad una certa supponenza che ti fa osservare gli altri dall'alto di una poco condivisibile superiorità morale. Dici che vai a letto perchè il lavoro ti affatica, ma la realtà è che le giornate sono troppo lunghe e le ore in eccesso ti darebbero troppo tempo per riflettere su te stesso e sul tuo stile di vita. Il tuo ego smisurato ti ha insegnato che mettere in discussione te stesso è inaccettabile; a ogni critica hai risposto spavaldo che tu sei fatto così e ora, intrappolato in questa certezza inattaccabile, non sai a chi dare la colpa per il fallimento della tua esistenza. Ai passanti, di solito, o agli avvocati, ai politici, ai commessi del supermercato: una congiura globale ordita ai tuoi danni. Trovavo divertente, all'inizio, l'insulto libero dedicato ad ogni essere umano sotto tiro, quando credevo che quegli attacchi gratuiti e velenosi fossero indice di un alto spirito critico e non di una frustrazione congenita.
Forse non ti capisco semplicemente perchè, dietro quell'aria scorbutica all'apparenza pensosa, non c'è niente da capire. Nessuna crisi esistenziale, nessun dramma in famiglia, tanto meno guai con la legge: nei tuoi occhi profondi si condensa la noia, il mal di vivere, unita ad una certa supponenza che ti fa osservare gli altri dall'alto di una poco condivisibile superiorità morale. Dici che vai a letto perchè il lavoro ti affatica, ma la realtà è che le giornate sono troppo lunghe e le ore in eccesso ti darebbero troppo tempo per riflettere su te stesso e sul tuo stile di vita. Il tuo ego smisurato ti ha insegnato che mettere in discussione te stesso è inaccettabile; a ogni critica hai risposto spavaldo che tu sei fatto così e ora, intrappolato in questa certezza inattaccabile, non sai a chi dare la colpa per il fallimento della tua esistenza. Ai passanti, di solito, o agli avvocati, ai politici, ai commessi del supermercato: una congiura globale ordita ai tuoi danni. Trovavo divertente, all'inizio, l'insulto libero dedicato ad ogni essere umano sotto tiro, quando credevo che quegli attacchi gratuiti e velenosi fossero indice di un alto spirito critico e non di una frustrazione congenita.
Solo
quando dietro alle tue assenze ho colto l'egoismo, dietro ogni tuo
gesto un amore per te stesso ingiustificabile (perchè l'amore di sé
non è mai giustificabile), solo quando dietro ai tuoi silenzi ho
colto un vuoto di pensieri ho realizzato che a volte le cose sono
più semplici di come sembrano.
Non
ti inorgoglirai più sentendomi dire che sei troppo complicato e
faccio fatica a capirti.
Non
ti cullerà più il pensiero che quando vorrai stare da solo io ci
starò male.
Io
starò male, ma tu non lo saprai.
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